Non vedremo più dei giovani fiacchi, fragili portare languidamente a zonzo le loro gambe molli, nelle nostre città come in un bagno ammollente guardando le stelle impassibili lungo gli antichi fiumi della malinconia provinciale italiana. Avremo dei cittadini sicuri della loro forza agile e della loro intelligenza coraggiosa, dei cittadini buoni, generosi e arditi che cammineranno speditamente, con libertà snodata, dominando e guidando i commerci delle città futuriste. Vi [pg!239] saranno pochi impiegati e poche discussioni agli sportelli. Aboliti i preti, i carabinieri e le questure non vi saranno più risse, maldicenze, moralismi e pessimismi cronici e vendette sotto le gioconde lune elettriche. La libertà assoluta che noi futuristi sognamo può e deve essere imbrigliata in circostanze tipiche.

Per giungere alla nostra meravigliosa vittoria bisognava assolutamente imporsi le più ferree discipline militari. Dovendo necessariamente fucilare sul posto un soldato che abbandonava la linea si doveva anche fucilare sul posto un disfattista che predicava la diserzione nelle retrovie e nelle città.

Vestendo l'uniforme militare un ingegno rivoluzionario come il mio accettava per 4 anni la più matematica obbedienza a dei superiori talvolta mediocri, talvolta indegni di rispetto.

Con la medesima elasticità futurista, oggi a vittoria compiuta, a nemico disfatto, siano concesse tutte le amnistie e aperti tutti i carceri per i detenuti politici. [pg!241]

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Eroismo dinamico e antigloria.

Le nobiltà medioevali sono in decadenza, hanno perduto la vernice rossa del sangue versato dai padri.

È assurdo dunque riconoscere una nobiltà ereditaria al sangue eroico versato nella conflagrazione, poichè bisogna precisamente guarire questo vizio tipico del cervello umano: fare il minor sforzo.

Io considero l'eroe d'oggi figlio e padre di sè stesso.

Il suo domani non può essere nobilitato dal suo oggi. Il figlio dell'eroe non può essere titolato col sangue paterno poichè deve titolarsi col proprio slancio eroico.