Gli austriaci sparano ancora dal folto del giardino.

Raby grida:

—Giù tutti! Cessate il fuoco! Coi moschetti! Prendi i petardi! Tutti insieme dentro il giardino!

Mi slancio. Nello scavalcare il muricciolo sento bestemmiare Siciliano che tempesta col calcio del moschetto due austriaci in un boschetto. Si arrendono. Siciliano viene avanti spingendoli a pugni e a calci.

—Ne ho acciuffati due. Gli altri si sono squagliati.

Nella cucina bolle un infernale cazzottio fra le ombre nere e le boccacce rosse del focolare. Fragore di pentole. Una trentina di prigionieri con una mitragliatrice. Entrano nel giardino pattuglie d’arditi fez neri, scamiciati, con altri prigionieri.

Incolonniamo le prede e le rimandiamo indietro. Intanto la fucileria si accende a ventaglio colle prime luci dell’alba che scioglie gli incubi dei prati.

Partiamo veloci, lasciando sulla sinistra un battaglione di fanteria che conquista un grande prato in fondo al quale una cortina d’alberi sputa maledettamente pallottole. E’ l’ala dell’esercito austriaco che si ripiega per difendere Vittorio Veneto. Accanita. Ora si aggiungono tre mitragliatrici che rallentano l’avanzata della nostra fanteria. Noi filiamo sulla strada, per girare al largo di questa estrema difesa, e giungere in Vittorio Veneto.

Due ore dopo vi entriamo con venti autocarri rigurgitanti di arditi fez neri. Impetuoso scamiciamento, fucili branditi da braccia pazze, bocche squarciate dal canto, lazzi feroci di gioia barbarica nel polverone incandescente, fiocchi neri al vento, bandiere nere che spazzano gli alberi sotto il sole che pomposamente si spacca in cannonate arroventando l’aria. Beviamo nella corsa un simun africano saporito di allegria infantile. La polvere calda sulle labbra è lo zucchero della vittoria. Rimbalzano in aria i cuori nostri gareggiando in splendore, furore e rotondità trionfali con le nuvole tronfie e ricche d’oro che vorrebbero certo metallizzarsi per combattere anch’esse e schiacciare il nemico. Belle nuvole di Vittorio Veneto, gonfiate da tutti gli aliti italiani dove eravate, donde venute? Vi lodo di aver perduto nel vento le belle curve flessuose femminili per assumere soltanto le forme aggressive impennate e gli spigoli infilzanti!

Questa nuvola a destra soffia getti di lava d’oro fra i suoi mille baffi accecanti, il suo irto pelame variegato e la sua coda altissima di tigre d’argento. Altre nuvole come spazzole di bragia rigovernano accanitamente quel nuvolone-cavallo dalle troppe zampe correnti come i primi cavalli dinamici dei pittori futuristi. Un’altra nuvoletta agile di nickel fila, fila verso il mare come una torpediniera grondante di liquido azzurro per raggiungere forse la squadra italiana. Sul mare, sul mare, certo, anche sul mare, ora l’Italia vince. Ma sulla testa un’altra bella nuvola di vittoria. Mi sporgo fuori dalla blindata per ammirarla. E’ un cerchio, un grande cerchio d’oro massiccio dipinto di rozzi pomi vermigli. Degna corona del vincitore Caviglia che, scopati i vecchi piani strategici, seppe mediante le sue spie volanti in aeroplano sui notturni accampamenti, scoprire il punto debole del nemico e colpirlo nell’immenso scacchiere, mortalmente. L’esercito Austriaco ferito nella saldatura delle due sue armate del Grappa e del Piave, cade a pezzi. Pezzi potenti, armatissimi, ancora disciplinati, che cercano di sfuggire agli inevitabili accerchiamenti.