—Basta col sentimento! Suonami una cosa allegrissima pazza.

La signora Lucatich si avvicina al piano forte, vorrebbe consigliare. Il capitano scatena l’introduzione del Barbiere di Siviglia. Gioia generale. Io spacco una sedia, rovesciandomi indietro di scatto. Tutti in piedi, giro tondo intorno alla tavola. Pigliamo nel vortice la cameriera che abbracciata, palpata e rischizzante di braccia in braccia, mi mormora accennando alla padrona:

—Se la intendeva cogli austriaci!

Ma un accordo funereo e grave mi attira al pianoforte.

—Che cosa suona, signorina?

—Beethoven... Beethoven è più grande di Rossini.

Un urlo selvaggio.

—Ma cosa ne sa lei? Cosa ne sa lei? Rossini è smisurato! Abbasso Beethoven! Beethoven è morto quattro anni fa! Rinascerà se vorremo fra quindici giorni. Ora è ancora sepolto e Wagner pure con suo fratello Von Kluk, suo cugino Hindenburg e Ludendorf cretino quanto quel Sigfrid che è sulla parete. E lei, signorina, si convinca che l’Austria è morta e che non si festeggiano gli Italiani suonando Beethoven. Con tutto il rispetto che ho sempre dato al bel sesso, le dichiaro che lei è una cretina! Noi italiani di Vittorio Veneto possiamo finalmente strafotterci di Sigmund di Sigfrid e anche del Drago germanico! Così!

Strappai quattro quadri e sfondandoli a pedate li infilai sulla testa a quattro amici. Poi tutti giù per la scala dirigendo l’orchestra e cantando il «buona sera... buona sera...» del Barbiere di Siviglia.

L’ordine di partenza non venne. Il colonnello Trivulzio dovette sedare energicamente un principio di tumulto fra gli arditi che accalcati nelle strette gole di Serravalle erano impazienti di partire, battersi, inseguire. Gridavano al tradimento, si dichiaravano sacrificati ad altri reparti privilegiati.