—Siete tutti prigionieri!
Ma gli ufficiali austriaci e ungheresi discutono fra di loro animatamente. Corriamo col revolver in pugno.
—Monsieur le capitaine, dice un generale alto, secco, magro, dal viso pallidissimo solcato da due lente lagrime. Nous avons le droit de passer et de continuer la route vers Chiusaforte. L’Armistice est signé.
—L’armistice n’est pas signé! risponde Raby con voce dura. Rendez-vous avec toutes vos troupes! Vos deux trains ne partiront pas!
—Pardon, monsieur le capitaine, il faut que je demande des ordres au commandant de notre corps d’armée.
—Quelle chance! grida Raby. Nous ferons prisonnier aussi le Commandant de Corps d’Armée!
Intanto la colonna giallo-verdastra puzzolente delle truppe austriache appoggiava sulla sinistra della strada per lasciar passare una automobile piena di ufficiali. Fra questi, il generale comandante del Corpo d’Armata, muscoloso e panciuto. La faccia tonda naturalmente olivastra era terrea, con una febbrilità di palpebre e d’occhi un po’ smarriti che rivelavano il crollo di un’anima militare.
—Ho l’ordine, signor generale, dice il capitano Raby, di fermare qui il vostro corpo d’armata. Siete tutti prigionieri. Quando avrò dato i miei ordini voi verrete con me in questa automobile al comando della prima Divisione di Cavalleria.
Venivano intanto dalla strada di Chiusaforte, in bande fitte, i prigionieri italiani che si erano liberati quando l’annunzio del crollo del Grappa aveva segnato il primo sgretolarsi dell’impero. Uno di questi prigionieri più affranto degli altri oscilla tragicamente a tre passi da me poi si abbatte sul naso, svenuto dalla stanchezza e dalla fame. Menghini si slancia e inginocchiato scuote quel povero corpo svenuto urlando:
—Guardate! Guardate come hanno conciato i nostri fratelli! Ecco! Ecco cosa hanno fatto della carne nostra!