Scivolando dentro per le feritoie, penetrano gli abiti. Il grigio-verde della mia giubba ne è già inzuppato. Salgono nelle mie nari ad avvelenarmi il sangue e ad offuscarmi il cervello: le belle parole della vittoria si smembrano in un’atmosfera cerebrale d’incubo. I miei pensieri hanno il viscido colore giallo sporco-nerastro di quei cappottoni curvi che passano, passano senza fine. Ventimila prigionieri sono già passati. Ne passeranno altri trentamila. Penso che lo smisurato cadavere dell’Austria spiaghi fuori dalla sua pancia sfondata un gigantesco e terrifico budellame che per la valle della Carnia inonderà la divina penisola nostra.
Il mio cervello allucinato non riconosce più il bel sole italiano della vittoria, volante corridore nella ruota d’oro che formano le sue gambe accese moltiplicate dalla velocità!
Vedo laggiù sul Tagliamento un sole straniero e odioso: brutta faccia tonda alcolizzata e smargiassa che nei dentoni d’oro falso prominenti, e i labbroni tabaccosi, si sforza di riassumere tutta l’insolenza l’infatuazione, la megalomania, l’impudenza sanguinaria e il guittismo balordo dell’impero austro-ungarico defunto.
Quel sole ha posato le sue mani molli, effeminate, piene di anelli rubati, su quell’isoletta del Tagliamento. Strana isoletta camuffata. Con le lussureggianti ondulazioni della sua capigliatura di vigne arricciate, pettinate, impomatate disposte con troppa cura in piani successivi, come una parrucca dai mille brilli grigi-azzurri-argentei, e piccoli infiniti rubacuori. Quella isoletta riassume tutta la grazia vana e passatista di Vienna.
Il mio spirito, affondando nelle allucinazioni fra le due colate di corpi e puzzi avvelenanti, teme la pazzia. Dove sono i Venti italiani e le loro furenti scope salutari? Un dolce fiato inodoro mi risponde. Sento che un Vento italiano si è insinuato nella valle. Ecco addenta il piedestallo di nuvole color sterco insanguinato del sole! Si slancia lassù, in quella pineta. Gli scatti e le cadenze flessuose del suo corpo che si scrolla nella sua giacca attillata di nuvolette rosa rivelano la sua nobile gioventù. Ora s’affretta a rimescolare quei fogliami. Li scuote brutalmente per liberarli, dai puzzi vischiosi e con un gesto vasto fa sbattere, sbattere tutte le finestre di Stazione per la Carnia. Poi parla, parla, ingiuria, fischia, sputa. Ritto in piedi, impreca contro il cielo e chiama alla riscossa tutti i Veneti fratelli. Meraviglioso Vento-oratore!
—Dove siete, infingardi? Venite! Venite!
Agitando il suo corpo che si frangia di rabbia e i suoi capelli tentacolari, il Vento parla con voce tonante alle lontane tribune delle prime stelle e si sgola per insolentire la pigrizia paurosa. Il Vento scande scande scande ogni sillaba con violenti colpi di pugno sui tetti delle case come su un pulpito. Ad un tratto si slancia contro il sole e lo rovescia giù dal suo trono di nuvole. A calci a pedate, correndo e remando nel cielo il Vento scopa, azzanna, impacchetta, ammucchia, scaccia, insacca, calpesta le matasse di odori in rissa che rischizzano, s’arrampicano, si rintanano nelle vallate e nei burroni. Intanto con un vasto muggito che cresce, cresce, cresce e scoppia accorrono giù dai monti e dalle fonde valli altri Venti alla riscossa.
Questo sospira sospira sospira e fischia nella stretta di due roccioni per passare ad ogni costo. E’ troppo voluminoso: porta addosso una girandola di enormi polmoni gonfi d’ira compressa. Si accanisce e fiiiiischia. Sospira sospira sospira poi con uno schiaaanto d’alberi e fogliame precipita inondando di sè a ventaglio tutta la vallata. Sotto, il tetro fiume di prigionieri increspa paurosamente la sua superficie di cappotti e berretti fuligginosi. Io rialzo la testa dal volante e fiato fiato finalmente. I Venti giungono in ritardo, ma la loro fretta è vertiginosa. Pulire, pulire, pulire tutto, scuotere, sconvolgere, disinfettare. Ma non basta. Occorre inebriare al più presto la vallata di mille profumi perchè la mia blindata 74 diventi un’isola profumata sul fiume lurido dei prigionieri.
Un Vento gagliardo è lassù in cima alla montagna che chiama chiama con spiraliche sciarpe di mani altri Venti che lontano gonfiano a gara le loro pance, otri, e zampogna melodiose di tutti i profumi di rose, viole, acace, ginestre, gardenie, caprifoglio italiani, rapiti ai giardini pensili sul mare di Liguria.
Altri insaccano i voluttuosi profumi di tiglio dei sobborghi di Milano. Dovunque ferve il lavoro. Via, non perdere tempo, gonfia quell’otre di tutti gli odori salati, salubri, verde-azzurri di questo piccolo golfo di Zoagli! Tu, riempi fino all’orlo, tieni ben chiuso, porta in alto e su a tutta velocità corri a profumare la Carnia appestata!