Tre Venti smaniano, intanto, nello stretto di Messina. Sono forti e le loro invisibili propaggini muscolose sono capaci in pochi minuti di rianimare di fresco aereo velluto l’intera Sicilia carbonizzata dall’ardore d’agosto.

Ora in fondo a questo corridoio marino, i tre Venti affondano le dita nel mare e tutte grondanti le fanno scorrere, scorrere, sui giardini di Messina e su quelli odorosissimi di Siracusa perchè siano impregnate del profumo lieve danzante punzecchiante dolcissimo dei limoni, degli aranci e dei mandarini. Quei tre Venti siciliani passano nelle alte vigne fronzolute di Capri inebriandosi di fantasia rossa, poi sul promontorio polposo di Posillipo per aggiungere negli otri, pance e zampogne loro, delle erranti svenevoli mandolinate. Via a galoppo, su, su, a 70 Km. all’ora, saltando a piè pari la schiena dell’Appennino, aromatizzandosi i piedi pattinatori sulle pinete resinose, s’avventano sopra il Veneto e piombano nella valle della Fella. Ma l’Italia è vasta e tutti i vegetali d’ogni provincia vicina e lontana debbono dare il loro contributo.

Nell’oasi di Tripoli sonnolenta si alza con fatica un Simun assopito. Forte Vento africano non servo, ma innamorato dell’Italia. E’ stanco di due lunghi viaggi nel deserto, ma una tromba bersaglieresca l’ha svegliato questa mattina. Sa, il Simun, che negli orti ombrosi e nei prati di orzo erba medica e lattuga, che egli ha sempre rispettato, dormono dei profumi biondi, pepati e zuccherini che l’Europa non ha. Sa il Simun che le ombrie sui pozzi orlati d’asinelli, hanno dei tiepidi profumi vanigliati che l’Europa non ha.

Si scuote, e d’un balzo in piedi, vibrante burbero benefico invita piante erbe tronchi e fogliami, a spremersi d’ogni essenza. Tutta l’oasi è in tumulto. I cammelli rallentano il loro ruminare e il loro gorgogliare catarroso di grondaia, sussultano, tremano. Il cammelliere dritto alzando le braccia implora pace dal Vento che giocondamente gonfia il suo barracano come una vela, e in testa il burnus come il fiocco sul bompresso.

Ma il Simun non è contento di questi casti profumi rapiti alla capigliatura dell’oasi. Non è forse l’imperatore assoluto dell’Africa? Con un salto di montagna terremotata, rosso irto accecante scavalca la grande Sirte e in Cirenaica lungamente strofina il suo corpo ossuto e scricchiolante d’ascaro immenso in altre oasi più fitte più umide più fertili. Il Nilo l’attira con la sua vasta coltura di profumi oliati e fermentati in verdi ombre sotto soffitti spessi di banani, e pieni di gaggie. Percorre tutto il Nilo riempiendo di profumi i tre mila otri che suonano fragorosamente sulle sue spalle scattanti. Entra nel lugubre caldo foltore d’oro torrido intrecciatissimo e compresso della sua Abissinia amata. Sono mesi e mesi che non piove, e la mirra balsamica suda fuor dalla corteccia un umore inebriante e languidissimo. Questo, questo ci vuole, pensa il Simun, perchè la prima notte dei vincitori Italiani in Carnia sia simile alle notti di Allah! Subito vuota alcuni otri di profumi mediocri e con fiati lunghi accarezzando per un’ora trecento mila arbusti di mirra balsamica accumula e costringe in mille trecce strette le ondulanti capigliature del profumo assolvente.

Il Simun non è sazio ancora. Scavalca il mar Rosso e raggiunge un altipiano d’Asia dove brucano in pace cento mandre di cervi muschiati. Con boati di gioia sradicante il Simun li assale. Crollo schianto e sfasciamento di quei boschi di corna. Il Simun li caccia alla rinfusa in una valle, poi sopra, come in un tino coi vasti piedi chilometrici, li vendemmia.

Dagli addomi schiacciati schizza lo strano burro rosso-bruno. Ride, ride, il Simun, nella carneficina poichè sa la potenza quasi indistruttibile di questo profumo divino. Un granello solo basterà a inebriare 2 milioni di metri cubi d’atmosfera notturna!

Stracarico di profumi asiatici e africani, il Simun ritorna. In alto, in alto vola sopra il mare perchè i potenti spruzzatori salati dalle onde non deformino le essenze purissime che egli porta rinchiuse nei suoi polmoni, otri pance e zampogne. La sua velocità supera quella d’ogni altro Vento, tanto l’orgoglio d’essere il primo profumatore dell’Italia vittoriosa lo esalta.

Nella mia blindata lo sento venire. Tutti i Venti italiani che hanno sparso già con armoniosa delicatezza centomila profumi italiani sui declivi e sui boschi e nei burroni e nelle viuzze dei villaggi e in ogni casa come un vaso, sanno che un prodigioso Vento sconosciuto sta per giungere con nuove ricchezze delizianti. Si aggirano i Venti italiani perfezionando la disposizione dei profumi, e quelli tondi come ovi, e quelli in forma di amaca e quelli che gemono di dolcezza come divani innamorati, e quelli che saltano come ginnasti su trapezi volanti, e le bisce i mazzi le capigliature i drappeggi di profumo.

Due venti si sono inerpicati e sospesi alle costellazioni, e spalmano così di essenze l’intera volta stellare perchè il palazzo della notte sia tutto profumato e nel centro sia profumatissima la mia blindata: camera nuziale. I Venti italiani sono perplessi poichè il gran mago dei profumi tarda. Lui, lui solo potrà idealizzare con essenze speciali le acque del Fella che languide e melodiose si preparano a diventare il bagno della divina bella notturna. L’aria trema febbrile, sinuosa spasimante con lunghi bisbigli. I Venti sono ammutoliti immobili. Aspettano.