Noi italiani combattiamo quasi nudi, ma ognuno ha purtroppo nel cuore un pensile giardino di donne-fiori i cui capelli pesantissimi ci incurvano in avanti sui golfi lunari del pericolo.
L’indomani sera in treno per Verona leggo il trionfale comunicato di Diaz: «Dal Montello al mare, il nemico sconfitto ed incalzato dalle nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave».
Alla stazione di Verona quasi buia mugola asserragliato e ribollente uno dei reparti d’assalto che va a riposo. Odore acre e mordente di belve vittoriose. Ballano nelle corse e nei gesticolamenti i fiocchi dei fez neri tra il vociare turbinoso, le gomitate e gli spintoni. Gli arditi hanno occupato il caffè della stazione. Si intravede un rimescolio di braccia nude stantuffare e rubinettare fiaschi di vino e bicchieri di birra, fra una fantasmagorica agitazione di luci azzurre e di ombre caricaturali. Ogni discussione sembra una rissa. Tutti si pigiano. Fame e sete azzannante e arraffante nel buio. Grandinare di bottiglie, bicchieri. Bestemmie degli ufficiali presi nei vortici della folla grigia-nera che non cede, resiste alle lente sbuffanti locomotive in manovra coi meccanici che si sporgono gridando.
Mi sento chiamare. E’ il colonnello Trivulzio alto montanaro dal viso sessantenne alcoolizzato ma solidissimo, occhi giocondi vivacissimi, pipa in bocca. Ha lasciato il suo reggimento di fanteria per il comando di un reparto d’assalto. Fra le gomitate, gli urli dei suoi fez neri, mi racconta:
—A Meolo, c’era da ridere. Una battaglia di clown e buffi napoletani. Vero bordello pieno di risse di avvinazzati. Ma quanto sangue e quanti morti! Però tutto era allegro. Non ho mai visto tanta confusione. Pensa, una nostra mitragliatrice tirava su una mitragliatrice austriaca che tirava su una nostra mitragliatrice! Una nel culo dell’altra. Tutte e 3 sulla stessa riga. Non si capiva dove era la linea. La linea oscillava continuamente. Alberi spaccati, reticolati che non prevedevamo, tutti i fili telefonici rotti. Ad un tratto, io mi avanzo con una mitragliatrice in una boscaglia e sbocco in un prato. Ma, ta-ta-ta-ta-ta... due, tre mitragliatrici austriache! Ai! ai! indietro, indietro! sono troppi, siamo pochi!
E il colonnello Trivulzio descrive con gesti comici questa subita ritirata buffissima di gente scottata.
—Ci rannicchiamo dietro gli alberi, 50 metri indietro. Tre secondi. Altri fez neri ci arrivano alle spalle come scolari in baldoria. Subito tutti in piedi ci slanciamo nel prato. Che casino! Che casino! Ma vi era una sicurezza straordinaria! Avevamo la vittoria nelle ossa. Avanti, indietro, si perdeva, e riguadagnava. Si perdeva con strafottenza di ricconi alla tavola del giuoco. «Dobbiamo far saltare quei tre cannoni?» mi domanda un caporale. Tutti rispondono: «No, no, no, per carità! Glieli prenderemo, non facciamo saltare nulla. I cannoni sono nostri e torneremo fra mezz’ora a riprenderli.» Eravamo tutti tranquilli come Battisti! Trenta pariglie di cavalli nostri furono prese dagli austriaci e riprese da noi mezz’ora dopo.
Attraverso la calca con Zazà nelle braccia e fuori per Verona buia.
Qualche bettola, a ciglia semichiuse. La sbornia già spinge fuori i gruppi-viluppi, le coppie-canore e gli arditi pugni e pugnali pronti fieri, irritatissimi di non veder davanti a loro la città inginocchiata con tappeti di donne morbide sul selciato, lampade e giardiniere di donne ai balconi. Sotto un portone nero, una zuffa fra carabinieri e arditi. Intervengo poichè un enorme carabiniere ha avvinghiato e porta sotto il braccio poderoso un frenetico magro ardito che batte coi piedi l’aria con ritmo di telegrafia Morse.
—Via, non si trattano così dei soldati vittoriosi.