—Spostamento riuscito! Tutti seduti! Ma guai, guai a chi lascia ancora impantanare la propria sensibilità!... E tu, caro dottore, non dimenticare che la più alta e preziosa delle virtù è l’elasticità. Come potresti, senza elasticità, curare un bubbone, un callo, una sifilide, una otite, o il rammollimento di certi superiori? Con elasticità, abbiamo abbandonato il Carso dopo Caporetto, abbiamo riso mentre il cuore piangeva nella ritirata. Come potremmo, senza elasticità, schiacciare il passatismo austro-ungarico, rinnovare integralmente l’Italia dopo la vittoria? T’impongo, caro dottore, d’interrompere con elasticità futurista la tua spanciata passatista!
Tutti ridono. Il dottore mi guarda spaventato. Minacciandolo burlescamente, impongo:
—Per non impantanare la nostra sensibilità, piatti e bicchieri nelle mani! Giro totale della tavola, in corteo!
Il frastuono diventa infernale. Urti, scossoni, «Basta!» «Finiamola!» pugni, capitomboli, «Accidenti!». Vortice rullio e beccheggio. Ma i giovani sono tenaci e con forza imprimono alla ressa un giro tumultuoso intorno alla tavola. Piace molto al colonnello il gioco bizzarro. Soltanto il dottore non si diverte. Dov’è, il dottore? Dov’è? Tutti lo cercano. E’ fuggito sulla terrazza col suo piatto di pasta asciutta.
Fuori, fuori all’assalto! e si finisce il pranzo alla rinfusa, sbandati, con grande scrosciar di risate nella risata fulva del Tramonto, tutto nuvole di cristallo incandescente, bottiglie spumeggianti d’oro, cirri di porcellana viola affastellati, luminoso banchetto aereo sospeso a picco sulla pianura veneta crepuscolare.
I miei amici cantavano intorno al dottore l’inno della burla futurista:
Irò irò irò pic pic
Irò irò irò pac pac
Maa — gaa — laa
Maa — gaa — laa
RANRAN ZAAAF
Uccidevano così le nostalgie.
Alla vigilia di una grande offensiva nemica i combattenti italiani dovevano spesso subire una ben più pericolosa offensiva; l’offensiva dei Ricordi Amorosi. La sentivamo accanirsi sopra di noi e in noi, nel nostro cuore e sulle labbra—quella sera fra gli agili ventagli di piume rosate del cielo e i fiumi interni del nostro sangue felice. Ero seduto col colonnello Squilloni, il capitano Melodia, il tenente Bosca e il mio attendente Ghiandusso, sull’orlo a picco della alta montagna scoscesa.
Muti in ascolto sorseggiavamo la sera dolce fresca mordente come certe bevande arabe impreziosite e profumate di spezie e di fiori. Guardavamo le città dell’immensa pianura veneta. Sentivamo laggiù Milano. A quell’ora la ribollente città lombarda, dopo il lavoro curvo accanito, accendeva tutti i suoi lumi azzurri guardando e bevendo con tutte le sue finestre l’ossessionante linea curva del Fronte.