Ma il Thiers non raccoglie altro che delusioni. Il Tissot, incaricato d'affari a Londra, gli scrive il 14 ottobre, a Firenze: «La situazione è qui press'a poco quale l'avete lasciata. Il Governo inglese continua a chiudersi nel proponimento dell'astensione e persiste nel non voler intervenire se non quando gli sarà provato che la sua mediazione avrà qualche probabilità di riuscita». E il 12 novembre, notando le simpatie dell'opinione pubblica e riferendo le promesse di Lord Grenville: «In fondo a queste simpatie che l'Inghilterra ci dimostra, c'è senza dubbio il sentimento molto egoista dei pericoli che la minacciano; ma non importa: l'essenziale è che essa comprenda oggi questi pericoli da lei tanto lungamente negati. L'arroganza teutonica vi ha contribuito più ancora, forse, che i nostri disastri. La stampa germanica già reclama Heligoland come chiave del Mare del Nord. Quanto all'Olanda, essa sarà chiamata a far parte del Zollverein, aspettando che occupi, di buona o mala voglia, il posto che già le è assegnato nella Confederazione tedesca. Tali sono le conseguenze prossime, ed altre se ne intravedono in un avvenire più o meno lontano. Tutto ciò — mi diceva ieri il signor Otway, sottosegretario agli affari esteri — finirà con una coalizione europea contro la Germania....».

Meno fortunati ancora dovevano riuscire i tentativi compiuti dal Thiers presso il governo russo. Il marchese di Gabriac, incaricato d'affari francese a Pietroburgo, gli scrive di lì, dopo la sua partenza: «Il partito tedesco, in minoranza nel paese, ma forte quanto sapete, ha sfruttato presso l'Imperatore la notizia delle scene di disordine avvenute in Francia, segnatamente a Marsiglia ed in una parte del Mezzogiorno. Si sono distesamente riferite nei giornali le tristi scene dell'Hôtel de Ville. Dall'altra parte la capitolazione di Metz ci ha naturalmente nociuto molto come effetto morale, e, militarmente parlando, se ne è concluso che, non avendo più esercito regolare da opporre al nemico, la nostra resistenza non è più se non un atto d'inutile ostinazione....». Dopo aver notato alcuni sintomi di migliori disposizioni alla notizia dei nobili sforzi della Difesa nazionale, ed accennato allo scambio di note delle grandi Potenze, il Gabriac osserva: «Se la guerra durerà ancora a lungo, mi sembra probabile che non vi sarà altra politica tranne quella delle cupidige individuali, con appena qualche intermezzo. Del resto sarà la stessa che è moralmente prevalsa dopo lo schiacciamento della Danimarca e di cui noi portiamo oggi la pena, senza speranza di risollevarci interamente, finchè le due grandi nuove agglomerazioni uscite da questo disordine, il germanesimo e lo slavismo, si urtino in una lotta suprema da cui spero che saremo tanto abili per fare nuovamente uscire il regno della giustizia e del buon senso....».

E la Russia disse pure una buona parola; il Cancelliere dello Zar consentì che il Gabriac partecipasse a Giulio Favre, ministro degli affari esteri della Repubblica, che «il desiderio della Russia di vedere risparmiate alla Francia le cessioni territoriali non era ignoto a Berlino». Ma poi, con la totale distruzione delle forze militari francesi, il ministro moscovita tenne tutt'altro linguaggio: ogni Potenza, fece osservare al Gabriac, ha dovuto compiere sacrifizii in seguito a guerre disgraziate....

IV.

Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie, ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato Belfort....»

Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers, aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese», soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi, o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La City è come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»

Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un tentativo compiuto in extremis, «veramente molto insignificante e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» — sono parole del Broglie — e ad eccezione dell'offerta di favorire l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa e portate al dispotismo germanico che si prepara....»

Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito, se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio, volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun incitamento d'amici. Altrimenti, plectuntur Achivi....».

26 agosto 1916.

Un profeta del pangermanesimo:
EDGARDO QUINET.