Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio, e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice, colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia — e l'Allemagne della signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».

Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo, lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814. Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.

È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che il Michelet scriveva nel 1828: «la mia Germania, il mio Lutero, il mio Grimm» — e non chiamava suo Giambattista Vico, a cui doveva pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità — Edgardo Quinet — si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino, sposava una Tedesca, chiamava «nostra» Eidelberga, e leggendo e traducendo e presentando ai suoi connazionali la Filosofia della storia del genere umano, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco «una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».

I.

Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa, Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora sfuggire per lungo ordine d'anni: «segni in fondo alle cose, come un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile; conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che scoppiavano e svanivano come lampi: la grandezza della Germania....».

Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal 1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora, come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo, meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee agli atti — «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël — il Quinet colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non afferrare la corona universale».

Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese, «e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua descrizione — un articolo intitolato: La Germania e la Rivoluzione — il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione, la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco, perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei costumi e nel portamento da parvenu dello spirito nazionale». Benchè preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione «di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti, e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco: quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di un popolo — il prussiano — non già più illuminato, ma più avido, più ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia».

Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine sull'Arte in Germania, composte l'anno appresso, fanno meno impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico. Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti, nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo, attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici».

II.

Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora non più». La Giovine Germania ha «scoperto» che l'uomo è di carne e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la teutomania....» La parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa.