In questo nuovo studio, intitolato Francia e Germania, egli comincia con l'avvertire che la vittoria prussiana non è soltanto il segno d'una crisi, che è anzi la rivelazione «di un nuovo stato del mondo». L'unità tedesca non può più essere impedita da nessuno, ma essa non si viene conseguendo «con la giustizia e la libertà, bensì con l'ingiustizia e l'arbitrio». I Tedeschi sono ora convinti di aver conquistato il dominio degli spiriti in Europa, «e tengono per fermo che tutto emana da loro: scienza, poesia, arte, filosofia, e che il mondo è divenuto loro discepolo. A cotesta presunta sovranità che cosa manca ancora? La forza. Ecco che se ne sono, ora, impadroniti. Per loro, non c'è soltanto un impero di più nel mondo, è avvenuta senz'altro la sostituzione dell'êra germanica all'êra dei popoli latini, relegati in un piano inferiore». Rivolto al popolo tedesco, lo scrittore francese gli fa osservare: «Fino ad oggi il dispotismo prussiano è stato violento, iniquo, ma non si è data la pena d'esser falso. Si è servito di armi palesi: l'audacia, la temerità, la sfida, senza avvelenarle con la menzogna, e la menzogna è quella che corrompe l'avvenire. Fin qui, dunque, il principio del diritto, della vita morale, può ancora essere restaurato e salvato. Ma badate che il momento decisivo non è ancora giunto. Sarà quello in cui cotesto dispotismo avrà bisogno di travestirsi, di mutar nome e linguaggio, di mettersi la maschera della libertà e della democrazia. Allora tutto minaccerà di falsarsi e snaturarsi. Che faranno quel giorno i Tedeschi? Sarà l'ora dei tranelli. Vogliono essi cadervi? Quando il dispotismo si travestirà da democrazia, la democrazia, sempre compiacente, sposerà il dispotismo? Se mai coteste nozze si celebreranno, dite per sempre addio a quanto avete conosciuto della vita tedesca: probità dell'intelligenza, acume, grandezza dello spirito, genio, gloria; tutto sparirà, tutto naufragherà nella confusione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del vero e del falso»: avvenimento inevitabile, perchè già «la democrazia tedesca si è riconciliata con chi la calpestava». Non mancano i liberali, in quel paese, e credono anche d'esser padroni dell'avvenire; ma s'illudono. Non lasciano essi che l'unità della patria si compia con la violenza e le conquiste? Come possono dunque prometter nulla, «dopo la fatalità a cui si rassegnano?». Se questa fatalità dovesse un giorno ripresentarsi, «nulla impedirà che essi vi si rassegnino con più filosofia e più pazienza».
Quando si pensa come i Tedeschi si accordarono nel volere la guerra, sembra propriamente che Edgardo Quinet abbia letto nell'avvenire. Ma non c'è in lui, come non c'è in nessun uomo, la capacità di antivedere il futuro: c'è soltanto, come bene avverte il Gautier, «un senso più intimo delle realtà e delle grandi leggi storiche che si governano». La riprova è questa: che quando lo studioso non tiene conto di tutti i fatti, o quando le leggi sono troppo complesse, le sue previsioni non riescono altrettanto sicure. Fin dal 1842, ad esempio, egli preannunziava l'alleanza franco-russa: «Gli scrittori tedeschi vogliono proprio inimicare i due paesi — Francia e Germania — trascurando di pensare che una sola stretta di mano della Francia e della Russia potrebbe bene, all'occorrenza, stringere oltre misura i fianchi di Teutonia?». Ma il Gautier, ponendo in evidenza l'accortezza di questo giudizio, non avverte che un altro ragionamento porta il Quinet ad una conclusione contraria: «Avete dimenticato che la Russia era con la Prussia e con la grande Germania a Lipsia? Ecco, senza parlare degli interessi comuni, il legame sacro tra loro....». Quando scrive queste parole, lo stesso Quinet ha dimenticato d'aver detto che la gran rivale della Germania è la Russia, perchè — e qui ha indovinato — «i Tedeschi sono fatalmente attratti verso l'Oriente».
Queste ed altre esitazioni e contraddizioni sarebbero tuttavia trascurabili senza quelle che concernono il principale argomento delle indagini e delle inquietudini del pubblicista francese. Il quale, dopo avere denunziato con parole tanto concitate i pericoli dell'autocrazia prussiana inebbriata dalle sue fortune guerresche, scrive che «del resto, fra i Tedeschi, la gloria militare non degenera in superstizione, perchè è dominata dalla gloria dei riformatori, dei poeti, degli artisti». Lutero, Goethe e Schiller, soggiunge, «passeranno sempre prima di Blücher. Lo splendore dell'uniforme, che affascina gli altri popoli, non è la principale magia dall'altra parte del Reno». E allora egli stesso non teme più ciò che lo ha tanto spaventato: «Io posso dunque concepire un impero fondato sul fucile ad ago, e nondimeno incapace di far tutto consistere nel militarismo. Gli resterebbero, a suo dispetto, forze molto diverse da quelle della spada».
III.
La verità è che il Quinet aveva troppo amato la Germania, un tempo, perchè potesse poi odiarla. La detestò certamente quando, tornato dall'esilio alla caduta del Secondo Impero, vide avverarsi la disfatta e la mutilazione della patria che egli aveva predette; ma, prima dello scempio, serbò sempre in cuore qualche cosa della fede nutrita negli anni più belli.
C'è anche nei suoi giudizii un errore, grave di conseguenze: quello di procedere per distinzioni troppo radicali fra popolo e popolo, di assegnare a ciascuno di essi qualità diverse e discordi, e funzioni separate ed opposte. E sapete, fra parentesi, in che cosa consisterebbe la parte dell'Italia? «L'Italia ha per sè la libertà dei costumi, la vita facile, la felicità e l'esaltazione dei sensi, la noncuranza prodotta dall'abitudine delle rovine; ella ha segnatamente al suo servizio l'arte, che dovunque altrove è uno sforzo, ed in lei istituzione divina e naturale». Faremmo torto al nobile scrittore se ci fermassimo su questa sentenza: non dimentichiamo la simpatia che egli accordò alla causa nostra, nè i rimproveri acerbi che mosse alla Francia di Napoleone III per averci abbandonati a Villafranca, nè l'esortazione che rivolse all'Austria, «di sollevare un momento la pesante zampa distesa sull'Italia». Ma, per tornare in argomento, tanto è ancora il credito da lui accordato alla Germania, che riconosce ai paesi di lingua tedesca «il senso della felicità domestica, le cure della famiglia, la calma dei costumi tradizionali, la vita religiosa, la vocazione per la scienza». L'Inghilterra si distingue per l'industrialismo; l'America del Nord per il culto della libertà; alla Francia resta riservato l'istinto e l'istituto della civiltà: «da due secoli la Francia ha posto il suo destino nel farsi organo dominante della civiltà».
Ora, come non osservare che, precisamente per questa volontà di dominio, riuscita un giorno troppo molesta alle altre nazioni, tutta l'Europa si collegò contro la Francia, e che al «sole di Campoformio» tennero dietro le nebbie della Beresina e le tenebre di Waterloo? Dopo Napoleone I, scrive il Quinet, è divenuto impossibile che, «per la stessa causa», si scateni la «gran guerra, la guerra universale». E qui non cogliamo in fallo il profeta? La guerra universale, oggi, non si è scatenata per la stessa causa, avendo la Francia saviamente deposta l'ambizione di primeggiare, ma per una causa simile. «Da 15 anni», scrive il Quinet nel 1832, cioè dalla caduta del Primo Impero, «il posto della Francia resta vuoto; da 15 anni la corona della civiltà moderna si trascina con lei nel fango. Chiunque può raccattarla e prenderla a suo talento; non bisogna far altro che chinarsi: chi lo impedisce?...». Lo impedisce, appunto, una coalizione simile a quella formatasi contro l'impero napoleonico, e soltanto più vasta, perchè più forte è il popolo che non ha resistito alla pericolosa tentazione di raccattare quella corona. Il mondo non è più disposto a tollerare che nessuno se la ponga in capo; nessuna benevolenza verso la civiltà dà diritto ad egemonie. Lo stesso Quinet, con un'altra contraddizione che gli fa onore, dopo avere attribuito ad ogni nazione una parte distinta nel gran concerto umano, domanda a sè stesso: «Nel caos di opinioni, di idee, di poesia che si agita in ogni angolo d'Europa, come riconoscere l'elemento che ciascun popolo vi porta? Lo spiritualismo del Nord, il materialismo del Mezzogiorno, l'eguaglianza francese, l'industria inglese tendono a stabilirsi e coesistere ovunque contemporaneamente». Allora, che cosa concludere? Questo: che tra i voti — se non tra le profezie — dello scrittore francese, il più bello, il più degno di avverarsi è che il Reno diventi un giorno «il fiume di alleanza dove si mescoleranno il genio della Francia e della Germania», e che una nuova guerra tra le due nazioni debba considerarsi, come in cuor suo egli già la considera, «guerra civile». Fino ad oggi — oggi più che mai — «il genere umano è stato in guerra con sè stesso». Composti i dissidii, cessata «la solitudine dell'orgoglio», il posto degli uomini sia al focolare «non d'un popolo, ma dell'umanità».
1.º novembre 1917.
L'Imperatore liberale:
FEDERICO III.
Se è vero che «i vituperi di nemico a nemico onta non fanno», le lodi di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un membro dell'Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870, di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d'esser notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell'infelice sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio apprezzate.