I.
Certo, da Principe ereditario e da Imperatore, Federico Guglielmo ebbe piena coscienza del dovere di lavorare alla grandezza del suo paese; ma quanto le vie che egli intendeva seguire per assicurarla fossero diverse da quelle che i governanti batterono col consentimento ed il plauso della nazione, si vide dalla guerra che gli fu mossa nella stessa Germania. Ammiratore delle istituzioni politiche inglesi, profondamente devoto alla Regina Vittoria, della quale aveva sposato la figlia Vittoria, l'erede del trono prussiano riuscì tanto inviso al ministro del proprio padre, da vedersi escluso dai pubblici negozii e giudicato finanche non incapace di tradire gl'interessi della patria! Ottone di Bismarck lo tenne al buio, sempre che potè, delle notizie di governo, temendo che le rivelasse alla moglie, la quale le avrebbe a sua volta partecipate alla Corte britannica. Discutendosi, durante la guerra contro la Francia, alte quistioni di Stato, il ministro osò chiudere la bocca al suo futuro sovrano, e quando si firmò la pace gli nascose il grande avvenimento; un giorno lo accusò senz'altro di comunicare ai suoi «piccoli amici d'Inghilterra» ed ai «ciarlatani politici» le note e le osservazioni che il Principe riflessivo e studioso consegnava alle pagine di un suo diario intimo. «Ciarlatani», naturalmente, erano, a giudizio di Bismarck, i progressisti dei quali Federico Guglielmo amava circondarsi.
Quello che fu chiamato incidente di Danzica aveva dato inizio alla lotta. Recatosi nell'antica città polacca per compiervi un'ispezione militare, l'erede del trono vi giungeva il 31 maggio del 1863, vigilia della pubblicazione di un decreto che restringeva la libertà di stampa: alle espressioni di rispettoso rammarico rivoltegli il domani dal borgomastro, Federico Guglielmo si affrettava a rispondere manifestando il rammarico suo proprio per essere giunto mentre, a sua insaputa, si produceva tra il governo ed il popolo un disaccordo del quale non aveva la minima responsabilità. Non contento di questa assicurazione, il Principe mandava a Bismarck una formale protesta contro il reazionario decreto ed esigeva che fosse comunicata al Ministero di Stato. Bismarck, di rimando, accusava il figlio al padre; ma, ai rimproveri paterni, Federico Guglielmo rispondeva giustificando la propria condotta, e scriveva al ministro dichiarandogli che la sua politica non dimostrava nè affetto nè stima verso il popolo, che era fondata sopra discutibili interpretazioni della costituzione, che la svalutava agli occhi del Re, e avrebbe anzi finito con lo spingerlo a violarla: per conseguenza, lo scrivente chiedeva d'essere esonerato da tutte le sue cariche ufficiali e dispensato dal partecipare ai Consigli dei ministri. Come se non fosse abbastanza per suscitare la collera bismarchiana, il Times pubblicava una particolareggiata informazione intorno all'incidente, rallegrandosi col Kronprinz per avere una moglie educata a quei principii liberali che egli stesso tentava di far prevalere anche in Prussia. Nell'impeto dell'ira, Bismarck accusò al Re la Principessa ereditaria, la Regina Vittoria, e la stessa Regina prussiana — Augusta di Sassonia-Weimar, anch'ella favorevole al partito progressista — come autrici della ribellione del Principe; ma questi confermava al padre d'esser contrario alla politica dispotica, che avrebbe recato gran danno alla dinastia e pregiudicato l'avvenire della nazione, e gli consegnava inoltre un memoriale dove erano partitamente precisate tutte le ragioni del suo malcontento. E Bismarck, a cui il Re Guglielmo partecipava quello scritto, vi apponeva in margine i più acri commenti, osservando che la condotta dell'erede del trono, suggeritagli probabilmente dalla Principessa, cupida di guadagnare al marito il favore popolare, era una vera e propria ribellione alla Corona, passibile di giudizio e di castigo, più pericolosa della stessa propaganda anarchica, capace finanche di provocare qualche odioso attentato contro la persona del Re!
II.
Il dissidio tra quei due uomini non poteva comporsi, perchè dipendeva dall'intima e quasi organica diversità della loro natura. Mentre l'uomo di ferro, duro, testardo, iracondo, violento, non intendeva adoperare altro che la forza per conseguire l'unità tedesca, il Principe mite, generoso, persuasibile, giudicava la forza «non necessaria»; e mentre l'astuto, infinto e mendace ministro procedeva per vie oblique e tortuose, il Principe franco e leale manifestava apertamente tutto il proprio pensiero e non sospettava la doppiezza altrui.
Iniziandosi, con la guerra danese del 1864, l'effettuazione del programma bismarchiano, Federico Guglielmo, infatti, non scopre subito il giuoco; ma, non appena comprende le secrete mire del ministro, «il secondo fine di qualche ingrandimento prussiano», tosto gli scrive: «Lasciatemi brevemente dirvi la mia opinione: cioè, che tali disegni falsano tutta la nostra politica tedesca e ci preparano complicazioni con l'Europa». E quando, nel 1866, la Prussia dichiara guerra all'Austria, sua complice nell'aggressione di due anni innanzi, rigettando su lei l'accusa di menzogna, di perfidia e di malafede, l'erede del trono fa di tutto per evitare il conflitto e non nasconde neanche all'esercito il proprio rincrescimento: chiamato al suo posto di battaglia, compie egregiamente il suo dovere di soldato e arriva in tempo a Sadowa per decidere le sorti della giornata; ma sullo stesso campo della grande vittoria esclama: «Colui che con un tratto di penna scatena la guerra non sa che cosa fa uscire dall'inferno!». Il trionfo non lo inebbria, non lo converte ai metodi preferiti dai militaristi: nel 1867, a chi considera leggermente l'eventualità che la quistione del Lussemburgo si risolva con le armi, osserva severamente: «Voi non avete visto la guerra, signore; altrimenti non ne pronunziereste tanto facilmente il nome. Io che mi sono trovato a faccia a faccia con questa cosa terribile, io vi dico che il più grande dei doveri consiste nell'evitarla, quando è possibile. Dichiararla è assumere una ben grave responsabilità. Un uomo di Stato, anche quando ne prevede la necessità, non dovrebbe mai provocarla per via di artifizii....».
E nel 1870 egli accetta la nuova sciagura appunto perchè non sa che Bismarck si è servito di «artifizii» — la falsificazione del dispaccio di Ems — per far credere che la Prussia sia stata provocata; ma, nel condurre le operazioni militari, mentre lo spietato politico vieta che si conceda quartiere e che si facciano prigionieri, il Principe soldato si duole nel vedere i campi di Francia deserti «per paura degli antropofaghi tedeschi», e impartisce quindi gli ordini più severi affinchè le popolazioni siano rispettate, e lamenta che in quella «lotta di giganti nulla sarà risparmiato al mio orrore della guerra». A Sedan sconsiglia tutto quanto può umiliare il vinto Napoleone, e dal premio della vittoria sarebbe disposto ad escludere Metz, e prevede che l'acquisto dell'Alsazia e della Lorena «potrà riuscirci molto precario».
III.
Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze, sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali».
Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo. «Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali, che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione». L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma: «Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio suocero» — Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della Regina Vittoria — «a formare una catena tra due nazioni i cui rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck. Quel junker difensore del diritto divino, contrario al sistema parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria — «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il discepolo di Gladstone» — quel furbo Prussiano stringe con la Russia il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di Trattato di contro-assicurazione, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa, la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» — provocando il riso di Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente puerile....