Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»; dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare, del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre quello che ha dubitato del figlio!...
E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica, debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli sdegni si placano. Egli — l'Imperatore! — non è libero di affidarsi ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa.
Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo Diario alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla Deutsche Rundschau — e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno. La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità del Diario — «neanche un minuto ne ho dubitato» — vuole metterla in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della Rundschau; fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma, poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo: udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore, in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia».
Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico il Nobile furono virtù rare — nel doppio senso della parola: come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo occupare, e per ciò stesso tanto più preziose — sebbene fatalmente e sciaguratamente rimaste inefficaci.
Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale, fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»; quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni, o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 — avrebbe avuto 83 anni; il padre suo potè bene viverne 91! — si deve veramente concludere col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per la Germania, per l'Europa e per il mondo.
1.º gennaio 1918.
La battaglia della Marna.
Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti del nemico.
I.
La battaglia della Marna fu annunziata dal Moltke — il primo, si potrebbe anzi dire il solo — qualche tempo innanzi che fosse combattuta: fin dal 1859.... Lo stratega tedesco, a cui erano mancate ancora le occasioni di rivelare il suo genio, scriveva allora, riferendosi agli avvenimenti guerreschi del 1814, che, come nella campagna fatale all'Uomo fatale, anche in una futura guerra franco-germanica l'investimento e la presa di Parigi mediante un'offensiva attraverso il Belgio, avrebbe rapidamente deciso le sorti della Francia; «ma», soggiungeva, «se noi trovassimo l'esercito francese riunito nella regione di Reims, dovremmo tosto deviare dalla direzione di Parigi. Attaccheremmo allora i Francesi dietro l'Aisne e col favore del numero li batteremmo e rigetteremmo dietro la Marna, la Senna, la Ionna e la Loira. Poi marceremmo su Parigi....».