L'ANFITEATRO ROMANO — L'ENTRATA DELL'ARENA. (Fot. Ursino).
Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è posto mano ultimamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi: quelli dell'Anfiteatro, che fu uno dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al palazzo del Proconsole ed alle prigioni, esso aveva forma elittica, con il grande asse esterno lungo 125 metri e 71 l'interno; con un piccolo asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 archi, tre ordini di sedili, due precinzioni; era alto più che 30 metri e capiva 16 mila spettatori. Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà della mole si desumeva dai libri e da un vecchio quadro del Niger; perchè, quasi non fossero bastati i terremoti e gli incendii, la mano dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non se ne vedevano, fino all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, qualche vôlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono al Garruccio, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il sontuoso edifizio, non bastavano ad altri scrittori neanche ad ammetterne l'esistenza. Ora, grazie agli scavi intrapresi in piazza Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con le mani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte dei corridoi, parecchi ordini di archi e la porta che metteva nell'arena. Quel mutilato scheletro, se accusa la barbarie delle generazioni che lo ridussero in uno stato così miserando, attesta ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città.
ARCHI DELL'ANFITEATRO.
L'ANFITEATRO. (Fot. Martinez).