L'INGRESSO DELLA VILLA BELLINI. (Fot. Alinari).

E dalla fine del Cinquecento bisogna scendere alla metà del Seicento per trovare un altro pittore catanese di qualche merito: quell'abate Pietro Abbatessa, o l'Abbadessa, che studiò a Roma sotto Cristoforo Roncalli, il Pomaranci, e delle cui molteplici opere sparse nelle chiese cittadine non restano se non la decorazione a fresco dell'abside della Badia di S. Giuliano ed una Vergine col Bambino fra un gruppo di santi nel Duomo, che il solito Accademico Infecondo definisce «uno stupore colorato». Il quadro ha buone qualità di concetto e di tecnica, e belle attitudini dimostrano anche le altre opere di pittori catanesi del Settecento: le tele di Francesco Gramignani rappresentanti la visione di S. Vincenzo de' Paoli (1778) nella chiesa della Collegiata; lo Sposalizio di Maria e Giuseppe a S. Francesco; quelle di Giuseppe Guarnaccia, che da Roma, dove studiò, mandò in patria i due S. Franceschi di Paola e d'Assisi; e principalmente quelle di Olivio Sozzi, nato nel 1690, morto nel 1765, dopo aver prodotto alla scuola del Conca un gran numero di opere: i larghi freschi della cupola dei Gesuiti, la decorazione della maggior sala della Biblioteca universitaria — ultimamente distrutta per dar luogo a un nuovo ordine di palchetti — , il S. Giovanni Battista della Trinità, il ritratto di Pietro Lauria nella chiesa dell'Aiuto, la S. Apollonia della Collegiata, il non compiuto S. Elia del Carmine, e via dicendo.

MONUMENTO A GIOVANNI PACINI, DEL DUPRÉ. (Fot. Martinez).

Pochi nomi, come si vede, e scarsa fama, non solo fuori di patria, ma fra gli stessi concittadini. Nella storia delle arti del disegno, ed anche in quella delle lettere e delle scienze, Catania tenne, durante l'età più vicina alla nostra, un posto troppo mediocre. Neanche nella restante Sicilia la nativa vivacità dell'ingegno isolano potè, per colpa della secolare oppressione spagnuola e borbonica, esser fecondata. Le stesse ricchezze naturali della terra non poterono fruttificare. Catania, che era una cittaduzza di quattordici mila abitanti nel 1501, mise tre secoli a crescere fino a cinquantamila; ma in questi ultimi sessanta anni, con uno slancio paragonabile solo a quello di Milano, ha più che triplicato la sua popolazione. Il porto, aspirazione quattro volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei volte inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del secolo scorso ed è divenuto uno dei primi del regno. La città s'avvia ad arricchirsi ancora, a crescere sempre più, coi commerci e le industrie. Tanta prosperità le viene, o per dir meglio le ritorna, dalla situazione singolarissima, nel bel mezzo della costa orientale dell'isola — la più fertile, la più ridente — allo sbocco dell'immensa ubertosa pianura, della Piana per antonomasia, che dal mare si stende per cento chilometri dentro terra, fino alle montagne zolfifere; e principalmente dalla vicinanza del feroce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a nome di Carlo II, dal vicerè duca d'Albuquerque dentro la cappella di S. Agata in Duomo, non mente: «Clarius iam inde colluces, urbs clarissima, unde celeberrimi nominis lumen extinctum tremebunda lugebas»: la città rifulge per quella stessa cagione dalla quale dipesero le sue sciagure, per il gran vulcano che fu il suo nemico, che è ancora la sua gran minaccia, ma che è intanto e sempre fonte della sua ricchezza e della sua rinomanza. La pietà del vicerè attribuiva ai miracoli della santa protettrice la fama di Catania nel mondo; ma egli appendeva una lampada d'argento dinanzi al sepolcro della martire «oltre le perpetue lampade di fuoco e di fiamme dell'Etna: praeter perpetuas Aetnae lampades ignis atque flammarum». Così, due mila e più anni prima, il fuoco sacro ardeva nel tempio di Vulcano, alle falde della sua fucina. E l'Etna è la nota dominante, il motivo fondamentale, così nelle storie della città come nei quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme perimetro di centocinquanta chilometri la montagna ha un profilo così puro, da fumante piramide, come da Catania. E come di Catania, essa forma la prosperità di un gran numero di altre minori città e borghi e castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottimo Comeindo Muglielgini ebbe dunque un bell'ammonire: «: O' se l'Uomo considerasse, che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse inclementi d'un Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un inferno d'orrori; che quella Galleria ov'egli à lascivie di senso si sollazza, puol divenire una Nitria di sfrantumati macigni. Reflessione in vero da fare istupidire l'istesso spavento; e pensiero da far mutare pensiere a tutti quei ch'albergano tra le Città, col far ch'eglino da Cittadini, si trasformassero in villarecci. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che per essere senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se non fosse poi venuto questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non averebbe fabricati cotanti ordegni fabrili, per edificar le Città; che divengono poscia tomba degli abitanti...». L'umana attività non bada ai remoti pericoli, e fa invece suo pro di qualunque prossimo vantaggio. Se l'Accademico Infecondo potesse rivivere, riconoscerebbe che la sua predica fu veramente sterile; e forse, e senza forse, dovendo descrivere la Catania risorta, ricomincerebbe ad accozzare metafore, nel suo stile ispano-siculo, per sublimarne ogni più piccola gloria. Una, tuttavia, è tanto grande, che nessun elogio si può dire esagerato: Vincenzo Bellini. Se la città non ha dato illustri cultori delle arti figurative, è suo vanto esser patria di egregi musicisti, come Giovanni Pacini, Pietro Antonio Coppola, ed altri parecchi, fra i quali risplende il gentilissimo Cigno, alla cui memoria essa ha meritamente dedicato ciò che ora ha di più attraente: il grazioso giardino pubblico, il monumento scolpito da Giulio Monteverde, e il teatro dello Scala e del Sada echeggiante di melodie immortali.

GIARDINO BELLINI — PIAZZALE. (Fot. Gentile).