MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DEL MONTEVERDE.
(Fot. Alinari).

Fra gli artisti isolani che lavorarono per le chiese di Catania, si sa dalle storie che Jacopo Vignerio, uno dei migliori discepoli del Caldara, diede alla cattedrale le opere così descritte dal Muglielgini: «In due pilastri si ammiravano dipinti un S. Pietro e Paolo, ch'erano di tanta eccellenza, quanto se fossero stati pennelleggiati da Raffaello d'Urbino; ma eglino furono dipinti dal Vignerio antico detto per Antonomasia». Non occorre quasi avvertire che dell'opera si perdette, col terremoto, la stessa memoria; a segno che il di Marzo non la rammenta tra i quadri dell'artista. Lo storico palermitano non parla neanche d'un altro suo quadro (1541), che esiste ancora a S. Francesco e rappresenta il viaggio al Calvario. Un'altra delle poche tele importanti sfuggite al terremoto sta a S. Domenico. Il già citato Musumeci la additò primo all'attenzione degli studiosi, la descrisse, ne riconobbe l'argomento e le figure, e fece argute induzioni sull'epoca e l'autore. Il quadro comprende una parte celeste, nella quale si vedono S. Domenico ed altri santi della sua religione, in atto di ricevere dalla Madonna la corona del Rosario; ed una parte terrena, dove stanno raccolti, dopo il concordato di Bologna, Clemente VII e Carlo V, entrambi genuflessi: il Papa rivolto supplichevolmente alla Vergine, l'imperatore sul punto di essere incoronato: tutt'intorno una folla: il cardinale Farnese, più tardi Paolo IV, allora decano del Sacro Collegio, il quale unse Carlo; il cardinale Salviati che lo vestì; Francesco Sforza, duca di Milano, Alessandro de' Medici, il principe d'Orange, il Gattinara cancelliere imperiale, ed altri nobili personaggi. Come la narrazione del Giovio servì al Musumeci per ricostruire la scena, così i giudizii del Vasari e del Lanzi lo spinsero a indicare il possibile autore dell'opera. Era creduta del Correggio; ma, poichè non ha i caratteri di quell'artista, poichè dovette esser dipinta fra il 1531 e il 1537, tempo nel quale l'Allegri era in Parma, poichè l'ignoto autore dovette ritrarre dal vero in Bologna quei personaggi famosi, e poichè finalmente in Bologna visse quasi sempre dal 1506 al 1542 Innocenzo Francucci da Imola, alla cui maniera somiglia quella del dipinto catanese, il Musumeci argomenta che ad Innocenzo appunto allogassero il quadro i Domenicani catanesi Giuseppe Platamone ed Aloisio Suppa, che furono in Bologna; al primo dei quali toccò l'onore di predicare in presenza di Clemente e di Carlo, ed il secondo, distintosi a Trento, fu tanto bene accetto al papa ed al cardinale, da esser poi eletto vescovo di Girgenti. Sfuggita al terremoto, questa pregevole opera va però morendo grazie alla barbara pietà dei fedeli; la quale, come ha imposto corone di rame dorato alle Vergini ed ai Bambini del Gagini, così ha conficcato nel quadro due serti di stelle d'argento e corone votive di corallo. Uno scempio peggiore è stato consumato sopra un antico S. Michele dei Minoriti, tutto rivestito di lamine d'oro e d'argento: strazio che fa quasi preferire la sorte della Resurrezione del Pomaranci, della Circoncisione di Luca Cambiaso, del quadro del Caravaggio di S. Francesco, delle quattro tele di Raffaello Vanni della Trinità e della Badia di S. Agata, totalmente e repentinamente periti sotto le macerie del 1693. Restano ancora in buono stato alcune antiche Madonne d'ignoti autori, a S. Gaetano, all'Ogninella, a Nuovaluce, ai Crociferi; ed una serie di quadri di scuola messinese, tra i quali un martirio di S. Placido del Campolo ai Benedettini, un S. Pietro che consacra S. Berillo vescovo di Catania del Suppa alla cattedrale, una Sacra Famiglia a S. Anna, una S. Maria del Catalano a S. Maria della Lettera, una Madonna della Speranza del Guascogna ai Cappuccini.

TEATRO BELLINI. (Fot. Brogi).

Fra queste tele religiose le catanesi non sono le più belle nè le più antiche. Per trovare nella storia della pittura siciliana il nome d'un catanese, bisogna scendere sino alla fine del secolo XVI e contentarsi di quel Bernardino Negro, o Niger, come latinamente firmavasi, il quale può passare per catanese, sebbene nascesse nel contado, a Biancavilla, e si qualificasse di nazione greca, perchè la sua terra natale era stata fondata un secolo innanzi da una colonia di Epiroti emigrati per sottrarsi alla persecuzione maomettana. Di questo pittore c'è una tavola, nella chiesetta del S. Carcere, che rappresenta il martirio di S. Agata: in mezzo a una gran folla di popolo, fra i truci carnefici, sotto il palazzo del Proconsole, presso l'anfiteatro, la verginella vede apprestarsi gli strumenti dello spaventoso supplizio: se fermo è l'animo suo, gli astanti hanno in volto raccapriccio e pietà, e già la divina potenza manifesta il suo sdegno scotendo dalle fondamenta la casa del magistrato iniquo. Il dipinto è considerato come il migliore di questo artista, del quale in verità non resta se non un'altra opera, il quadro di S. Giacomo nella chiesa dello stesso nome; e la composizione ne è certamente pregevole, ma più sarebbe apprezzato se l'orribile restauro non l'avesse deturpato.