Altre notevoli opere di scultura non si serbano nelle altre chiese catanesi; vi abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde purtroppo la qualità. Nei primi secoli dell'arte cristiana la Sicilia tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi mosaici; e se di Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quelli di Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette esser tenuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola all'eresia degli iconoclasti ebbe alle falde dell'Etna i più caldi ed efficaci propugnatori. Catanesi furono i vescovi S. Giacomo e S. Sabino che lottarono strenuamente per il culto delle immagini; catanese fu il vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taormina, Messina, Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio che chiuse quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche durante il dominio saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente con Taormina e Siracusa e tutta la val di Noto e la val Démone, la pittura cristiana fu salvata; ma delle opere che allora e più tardi qui furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, tranne le tavolette bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzionate dal di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età normanna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica della quale il nostro Accademico Infecondo così parla: «Il tetto era fatto a scorniciature di legnami, ove vedevansi di peritissimo ed antico pennello tutte le istorie del Testamento vecchio e nuovo»; ma l'opera andò perduta, come perdute andarono le pitture del Tau e della navata maggiore «a fresco con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva giusto un perù pendolo in quelle mura». Di chi fossero questi affreschi il Muglielgini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può nascondere che, mentre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il Cinquecento, ebbero due floridissime scuole di pittura, in Catania non si rivelò nessun maestro del pennello, nè furono portate opere di grandi pittori forestieri.

MUSEO DEI BENEDETTINI — SCUOLA DEL RIBERA: TOBIA RESTITUISCE LA VISTA AL PADRE.
(Fot. Brogi).

MUSEO DEI BENEDETTINI — AUTORE IGNOTO (SCUOLA FIAMMINGA): MORTE DI CATONE.

Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con Catania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla sua morte furono assunte dal figlio Jacobello; ma nè delle opere, nè delle stesse scritture è rimasta traccia. Dell'insigne maestro messinese è comunemente creduta la perla del museo Benedettino, la Madonna col Bambino, e Antonellus Missenius firmò infatti lo stesso autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma, dopo queste due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno trascurate, forse temendo di scemar valore all'opera d'arte non attribuendola al glorioso maestro messinese. Dice dunque l'Iscrizione: Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 1497 die 2 julij. Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre omonimo e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497, appunto, al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella parrocchia di Pistunina presso Messina, nel quale il suo nome era così scritto: Antonellus Resaliba; altri due ne esistono ancora, nelle due maggiori chiese di Monforte e di Milazzo; il primo porta scritto Rosaliba 1530; il secondo Eu mastru Antonellu Resaliba pinsit 1531. Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose s'ignorano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è evidente, segnatamente nella tavola catanese, della quale il di Marzo dice con ragione che basta a dimostrare «qual divino artefice sia stato il Saliba».

Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il Monrealese, e rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava nella possente sinistra, la muscolatura michelangiolesca, il petto largo e gagliardo, le spalle larghe e quadrate sulle quali sta accavalcato, afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reggendo con la sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù. Allo stesso Monrealese, od alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca Benedettina: gli Apostoli ed una Sacra Famiglia.

Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo; vi sono invece una Deposizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma; un Cristo schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni quadri d'ignoti autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del Ribera, una Maddalena, una S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di Catone fiamminga, e via dicendo.