—Parla,—disse all'Albani,—racconta qualche cosa!

—Di che cosa vuoi parlare? d'arte?

L'Albani sviluppava le sue teorie, citava degli esempii, dava dei consigli: ma nulla, nei suoi lineamenti, tradiva una qualunque attività cerebrale; si sarebbe detto uno scolaro sonnacchioso in atto di ripetere la sua lezione. Il pittore si era messo a contraddire tutto quello ch'egli diceva, ad irritarlo, a provocarlo, nella speranza che l'ardore della discussione mettesse almeno una scintilla in quello sguardo. L'Albani non si dava per vinto, teneva testa alle opposizioni, agli scherzi, ai sarcasmi dell'amico, ma il suo sguardo restava freddo come la sua voce lenta, monotona, a momenti irritante.

Anastasio Natali non seppe più contenersi.

—Insomma, o sono imbecillito io, o sei tu che hai l'aria d'uno scemo.

Come un velo d'ombra passò sul viso del maestro Albani. Il pittore alzò gli occhi al lucernario: era una nube che aveva oscurato il sole?… La giornata era sempre tersissima.

—Che cos'hai? Ti senti male?

L'Albani si era passata una mano tremante sulla fronte.

—Non è niente, è che hai ragione…. Io sono stato un anno pazzo….

Il pittore stava per dire: «Un anno soltanto? vuoi dire un po' sempre….» ma era tanta la tristezza dipinta in volto all'Albani, che chiese invece premurosamente: