Le rosse, le dolci, le fresche ciriegie erano le sue labbra….
Il maestro Albani si era alzato, di scatto, guardando fisso dinanzi a sè, con un tremito in tutta la persona.
—Eccola lì, la simpatia, la leggiadria, la fantasia, la frenesia!… il sogno fatto persona!… l'ideale conseguito!… Come l'amavo? Come è impossibile dire!… L'arte? mia moglie? i miei figli? l'avvenire? Dimenticato tutto, tutto! I pensieri di ogni istante, i sogni di tutte le notti, erano per lei, per lei salute e morte mia! Le parole d'amore che non avevo detto a nessuna, i baci d'amore che non avevo dato, i tesori d'amore che avevo accumulato cupidamente in fondo all'anima, io volevo spenderli per lei, tutti in una volta, con la pazza prodigalità dell'avaro che guarisce del suo vizio! Io volevo darle tutto il mio sangue! confondere la mia vita nella sua! inabissare eternamente il mio essere nel suo!… O miseria! miseria!… Io dimenticavo di essere un uomo, una creatura materiale soggetta alle miserabili leggi della materia…. La mia fibra s'infiacchiva, la mia mente cominciava a smarrirsi, i miei ricordi a confondersi; io ero malato, malato di lei…. Mia moglie era messa a piangere in un cantuccio; io la lasciavo, per andarla a trovare…. Il mio bambino agonizzava; io lo lasciai per seguirla ancora…. A misura che il mio male cresceva, più imperioso si faceva il bisogno di lei…. Che cosa avrei fatto della salute, io che volevo annientarmi stringendola al mio petto, bevendo il suo profumo, suggendo il miele delle sue labbra? O miseria! io non potevo annichilirmi fra le sue braccia, io non potevo darle dell'amor mio sconfinato quell'unica dimostrazione adeguata!…
Il maestro Albani si era nuovamente lasciato cadere sulla seggiola, intanto che il Natali lavorava febbrilmente alla sua figura.
—Invece, i miei amici mi ammonivano, mi scongiuravano di fuggirla, di tornare ai miei monti, per rifarmi, per combattere ancora le battaglie dell'arte…. L'arte? Quale arte?… Un giorno mi condussero per forza a S. Pietro a Majella; vi intesi dei frastuoni, delle cacofonie irritanti…. Fuggirla? io? io che le stavo attaccato come l'ombra? io che parlavo di lei a mia moglie, enumerandole le dolcezze dei suoi baci, le furie delle sue strette, i languori dei suoi sguardi? io, che al pensiero di lei mi mettevo a tremare da capo a piedi, come una foglia?… Intanto, la vitalità che a poco a poco io perdevo, pareva concentrarsi in lei; mai io l'avevo vista così floridamente bella, in una così magnifica fioritura di tutto il suo essere…. Io sentivo ora che sarei morto per lei; non come avevo sognato, ma d'una morte lenta, continua, di tutti i giorni…. Sì, era questo! Che cosa importava? Nessuna morte sarebbe stata più invidiabile!… Qualche volta, subitamente ispirato, mi proponevo di scrivere qualcosa di grande, di sublime, il canto del cigno, un'opera immortale che avrebbe attestato alla posterità la forza di quella passione, ed in cui io sarei sopravvissuto. Non era in quell'amore l'ispirazione attesa, affrettata coi voti più ardenti, senza la quale il mio ingegno non avrebbe potuto dare i frutti promessi?… E mi mettevo al pianoforte; ma le idee si confondevano, una nausea mi vinceva, non ero buono a nulla; e davo dei pugni sui tasti, delle pedate allo strumento, e stracciavo rabbiosamente stampe e manoscritti… La gente che mi attorniava raddoppiava d'insistenze, diceva delle menzogne: che ella era indegna dell'amor mio! che ella mi tradiva!… Non mi davano più pace: una persecuzione!… Come non capivano che facevano peggio? Che cosa volevano da me? Non mi importava di perdere l'ingegno, non m'importavano i suoi tradimenti, come dovevo dirlo?… E, infine, chi erano tutti costoro?… Fuori!… via!… io non li conoscevo, non sapevo che farmi di loro; ella mi aspettava, comprendevano o no!… Un giorno, arrivò mia madre. Appena mi ebbe visto, scoppiò in pianto. Anche lei?… Perchè era venuta! Chi l'aveva chiamata? Chi aveva bisogno di lei?… Afferrata al mio braccio, ella cercava di trattenermi; io la urtai, violentemente…. Della gente mi afferrò; mi dibattei, detti dei morsi, caddi….
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Stanco, sfinito, anelante, il maestro Albani tacque un istante.
Anastasio Natali non gli diè tempo di prender fiato:
—E poi?… e poi?…
—Poi, niente…. un gran vuoto nero, con qualche sprazzo di luce di tratto in tratto…. Fui portato in una casa di salute…. Capisci? aver sognato di non esser più in terra, di aver varcato le anguste frontiere dentro cui si aggira l'umanità lamentosa, e risvegliarsi paralizzato di corpo e di spirito, incapace di muoversi e di pensare, ridotto un oggetto di compassione o di scherno!… Non ricordo più nulla…. sì, il sorriso straziante di mia moglie, le grida festanti dei miei bambini che giuocavano in giardino, le grida dei bambini vestiti di nero…. perchè? Era la mamma che aveva finito di piangere per me…. lo seppi più tardi, quando dissero che ero guarito…. Guarito? Io non avevo mai sofferto come allora. Io sonnecchiavo in una incapacità spirituale che formava il mio tormento; passavo le mie giornate a lottare con la memoria recalcitrante, con l'intelligenza assonnata, con le visioni che venivano incessantemente a turbarmi….
Come l'Albani tacque ancora, Anastasio Natali che continuava nervosamente nel suo lavoro, ripetè: