—Verrà?… Non verrà?…

Intanto, ella era venuta in campagna senza pensare alla sua toletta; non aveva portato nulla: nè una veste da camera, nè un abito da visita; nè un gioiello, nè una boccettina di profumi! Nulla, proprio nulla, altro che quel miserabile vestitino grigio!… A poco a poco, la sua passeggiata, o meglio la sua corsa per la terrazza s'era rallentata. Ella avanzava ora con le mani dietro la schiena e la testa un po' china. A un tratto rientrò, e seduta al suo tavolino cominciò a scrivere sopra un foglio di carta la lista degli oggetti che le occorrevano. Interrompendosi di tanto in tanto, ella guardava per aria rodendo la punta del suo portapenne e mormorando:

—Verrà?… Non verrà?…

IV.

Giunto in vista della villa, Guido Olderico moderò la corsa del suo cavallo. Da lontano, posta alle falde della collinetta arrotondata come un'enorme mammella, circondata da un boschetto di pini e di castagni, la villa della duchessa aveva un aspetto assai pittoresco coi suoi padiglioni, le sue torricelle e i suoi tetti acuminati.

Intanto che il cavallo si avanzava al passo, scalpitando e mordendo il freno, l'Olderico cercava di sorprendere, nella fisonomia dei luoghi, qualche segno rivelatore dell'accoglienza che gli era riserbata. Senza esser fatuo, sapeva che non poteva venir considerato come il primo venuto; pure egli non era senza una certa inquietudine. L'impressione procuratagli da quella donna non era ordinaria. Egli aveva molto sentito parlare di lei, dell'austerità dei suoi costumi, del sacrificio di tutta la sua vita, e non si era potuto difendere, ogni volta che l'aveva intraveduta, o se ne era rammentato, da un movimento di istintiva curiosità dinanzi a quella che tutti, amici e nemici, chiamavano un'eccezione di donna. Però, il giorno della visita all'eremitaggio, uno spiraglio si era aperto pel suo spirito. Da che cosa poteva dunque dipendere la mestizia diffusa nella figura della duchessa di Neli, se non dal vuoto della sua vita e del suo cuore?… Egli la rivedeva, malinconica, nella semplicità quasi dimessa della sua toletta, aggirarsi pei corridoi del romitaggio, e una secreta corrispondenza gli pareva corresse tra quella figura di donna la cui vita era stata una rinunzia, e il soggiorno di coloro che avevano dato un addio al mondo, per sempre. Egli la rivedeva sotto il grigio di quel cielo autunnale, alla terrazza del romitaggio, e non poteva riuscire a difendersi da un sentimento di commiserazione pensando a quei poveri capelli bianchi, a quel tramonto d'una bellezza invano fiorita. Di quale amore tenero e forte ad un tempo doveva amare quella donna! Che tesori di affetto aveva dovuto accumulare nel suo cuore, così a lungo deserto! Come avrebbe egli voluto darle, nel breve tempo che ancora le rimaneva dinanzi, tutte le dolcezze che le erano state defraudate! Come avrebbe voluto che l'aurora dell'amore confortasse la malinconia di quel tramonto! Con quale tenerezza avrebbe egli baciato quei poveri capelli bianchi, con qual cura gelosa ne avrebbe composta e custodita una piccola ciocca!…

Ad un tratto, il cavallo si arrestò. L'intelligente animale pareva avesse compresa la distrazione del padrone e indovinata la mèta, poichè s'era fermato da sè dinanzi il cancello della villa. L'Olderico discese, legò le redini all'inferriata e s'avanzò pel viale. Dei cani gli abbaiarono contro, un servo si avanzava.

—La signora duchessa?…

—Favorisca.

L'Olderico salì la breve scala di marmo, ornata di grandi vasi. Sull'uscio, un cameriere gli fece strada. Traversarono una fila di stanze semi-buie, dove i passi si attutivano sui tappeti; la duchessa stava in un salottino ancora più scuro. Entrando, l'Olderico non l'aveva scorta; com'ella si scosse sulla poltrona, le si fece incontro.