La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò ch'egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma portata così ad osservare da vicino l'amica e la famiglia di lei, ella era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo, Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia, raccolta da quello zio che credeva d'aver fatto tutto per lei quando l'aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell'esistenza in cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa, la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel proprio animo e nell'ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano. Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri dell'Hôtel des Palmes, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli stesso ne pensava; ma dacchè l'imagine di Ermanno Raeli le stava sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva amato d'amore il conte Giulio; glie l'avevano dato, ella lo aveva trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro, malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un'altra attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua propria forza, l'esperienza della nobiltà d'animo di Ermanno, per cui l'amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione per l'avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l'uno per l'altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare, sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei più minuti… Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti, che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l'antica serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva una freddezza nei suoi rapporti con lui.

Da parte di Giulio di Verdara, nulla v'era di mutato nelle sue relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei nuovi sentimenti nati nell'animo di lei, che spesso egli era il primo a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero persiflage sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa, e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri dell'Hôtel des Palmes, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono in lei gli antichi sospetti. «Che giuoco disperato!» aveva cominciato per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva visto. Nel giro di poche ore, d'Archenval aveva perduta e vinta una fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita netta di quaranta mila lire… «Il suo sangue freddo,» soggiungeva Giulio di Verdara, «finisce per far male, specialmente quando si pensa…» Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di propagare una notizia riguardante l'onore d'un uomo al quale stringeva ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito, questi aveva ripreso: «A te, infine, posso dir tutto: il visconte non s'è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho sentito qualcuno che già comincia a mormorare…» Rosalia di Verdara ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte si riduceva spiegavano il dolore della signora d'Archenval, in che modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè il padre della viscontessa non veniva a mettere con l'autorità sua un riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle domande: «E non pagherà?..» chiese soltanto al marito, perchè egli continuasse a manifestarle ciò che pensava. «Ma….» riprese il conte, con delle nuove reticenze, «io non so se debbo dirti… Ecco: l'altro ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma… Non ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile rappresenti una specie di divina provvidenza…» Dopo qualche momento di silenzio, la contessa esclamò: «È una famiglia un poco strana,» riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che passeggiava per la stanza, soggiunse: «Lo credo anch'io… E forse non arriveremo a spiegarla. D'Archenval ha espresso l'intenzione di lasciar la Sicilia.» Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua moglie quasi per studiare l'effetto che le sue parole avrebbero prodotto in lei, continuò: «La partenza di Massimiliana lascerà, come si dice, un vuoto!…» La contessa, che quell'annunzio non lasciava indifferente, rispose: «Oh, certo; io le voglio molto bene, povera Maxette…» Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: «Non parlo di te!..» A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di lui. Repentinamente, un'inquietudine era sorta in lei; una inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale rapidità, che finiva per darle la sensazione d'una stretta al cuore. Ciò che ella ora temeva, era d'indovinare l'allusione di Giulio; ma l'ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce calma, quasi indifferente, ella gli domandò: «Di chi parli dunque?..»—«Ma di Raeli, per bacco!..»

Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della simpatia di sua moglie per l'amico; ma se da una parte la stima che aveva per Rosalia e dall'altra la fatta scoperta dell'amore di Ermanno per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva dato ragione di sospettare, e l'idea del pericolo lo aveva sul principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento come non mostrava nessun altro moto dell'animo; ma per una reazione frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso l'oggetto della passata preoccupazione. «Non hai tu visto come guarda Massimiliana?» diceva; «ci vuol poco a capire che si è messo in testa di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano facilmente…» Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona, con l'altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare al marito: «Taci!.. Tu non sai quel che dici!… È un'assurdità…» ma il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: «Quando la vede, gli ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non ti sei accorta di nulla? Ma l'ha perfino scritto sul tuo album… Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie…»—«Taci!… Non vedi che mi fai male?…» avrebbe ora voluto gridargli la contessa Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il tumulto che le si scatenava nell'anima e che le preparava una notte d'angoscia… Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero, sì… ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità con la quale aveva difesa un'opinione di Massimiliana, l'irrequietezza manifestata quando non l'aveva trovata da lei—da lei che si era creduta l'oggetto di quelle attenzioni… Era vero; ma ella si ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi sui quali l'opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per innamorarsi così, di punto in bianco… Ed ella non si accorgeva neppure che quell'argomento si ritorceva contro di lei, che era egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch'egli amasse lei. A quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l'altra; entrambe erano eguali… Allora, l'angoscia della contessa si faceva nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d'un altro; ella non poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana…—ma, arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità di quei due, un sordo dispetto le invadeva l'anima: ella non voleva che quella felicità si compisse!… Non era lei la stessa donna che, prima, quando la gelosia non le era entrata nell'anima, aveva rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?… Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire l'amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto… Non erano più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva dargli, a petto delle ingenuità d'una passione da collegiali, come quella che Massimiliana poteva solo promettergli?… Poi ancora il corso dei suoi pensieri prendeva un'altra piega: ella si domandava che cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così piena d'uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella rispondesse all'amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe manifestato? E quell'esistenza enimmatica della sua famiglia, la condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?… Poi ancora ella dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio s'impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza; assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la risvegliava di scatto… Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa: ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora; sapeva soltanto che quell'incertezza era la morte.

VIII.

Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d'una serenità e d'una mitezza primaverili. Nei giardini d'aranci della Conca d'Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall'eco, nelle case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace, la poesia del focolare.

Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l'umore del suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile…. Gentile, sì, era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo spirito, gentile era l'espressione dei suoi lineamenti, gentile era in ogni suo atto, in ogni sua parola…. Così lontano da lei, con la sola sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d'una felicità interiore, d'un gaudio muto ed intraducibile. L'aria odorosa che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l'azzurro che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere… Da qualche tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando l'impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del suo guanto, ch'egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una specie di vertigine, un'ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di svenire…

Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa forse ad afferrare qualche cosa d'alato e d'incorporeo?… Un incontro rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell'amore, era l'intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno spoglia d'ogni illusione, all'esperienza della menzogna che come un corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella miseria, egli s'era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto del ricordo e nell'inclinazione alla vita speculativa la forza di resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch'egli domandava, nell'intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla mai, era sempre l'indissolubile unione degli spiriti, l'intelligenza e la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e di esser compreso da un'altra creatura, di vivere in uno scambio di pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva, lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava Massimiliana, perchè ella era come l'aveva sognata; l'aveva amata unicamente fin dal primo momento che l'aveva vista ed ascoltata; intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto: Eccola!… Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo: prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo dal quale ella scendeva… A sua volta, lo amava ella? Formidabile quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso, di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d'un suo dito, gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la creatura umana…

Ermanno Raeli aveva un bell'essersi trasformato, la vita esteriore aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il modo principale della sua attività. E con un'angoscia crescente egli aveva visto rideterminarsi l'antica incompatibile dualità della sua natura, in presenza d'una sollecitazione così potente come quella alla quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory, egli si sentiva struggere di tenerezza all'idea della sua solitudine, della mancanza d'un grande affetto che invigilasse costantemente su di lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l'aveva vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio. Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo spirito con una precisione invasante, e dall'intimo essere suo saliva una muta ribellione contro la possibilità di vedere l'imagine di lei al posto delle altre, contro l'assimilazione di quell'amore agli antichi… Sotto l'impero di una violenta disillusione, egli aveva negato fede all'ideale, aveva creduto unicamente all'impeto cieco degl'istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l'operazione di un mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali. L'idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l'offesa alla purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di lei, non osava guardare all'avvenire e si era quasi ridotto a fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di condannarsi ad un isolamento perpetuo…

A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si svolgeva, un'espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed intelligente, si cercava oramai da sè la sua via. Tutto al turbamento che gli guadagnava l'animo, Ermanno si domandava perchè non aveva conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora precipitato in fondo a quell'abisso; o perchè, essendovisi oramai ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al cielo. Esso era sempre d'un azzurro senza macchia; ma in alto, allo zenith, fissandolo intensamente, l'azzurro diventava quasi nero, come se non potesse vincere l'eterna notte regnante negli spazii. Era una nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero, oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e durante quella paurosa contemplazione, l'attività psichica s'era spenta in lui… Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei carri; e dei contadini, con l'ereditario rispetto verso i signori, si cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s'accorse d'una carrozza che s'avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell'attitudine di una persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo. Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti, sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva previsione di trovarsi dinanzi a lei… Rapidamente avvicinatasi con un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la contessa e le sue amiche dell'Hôtel des Palmes… «Buona passeggiata!» gli gridava il conte, salutandolo con la mano, «Saresti per caso in servizio di avanscoperta?…»—«Perchè?…» domandò il giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e salutava le signore. «Esploravi tutt'intorno come per sorprendere il nemico!…»—«E noi la facciamo prigioniero!…» aggiunse la contessa, invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.

Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa d'Archenval, alla quale, nelle poche volte che l'aveva incontrata, aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato spesso interi canestri. La signora d'Archenval ricambiava cordialmente la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso un po' triste d'inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con striscie di petit gris, e girava un'occhiata distratte per il paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i plaids su cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie soffuse d'un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come consentivano il moto della carrozza e del cavallo.