Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell'agitazione dalla quale si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva finalmente Ermanno d'accanto; ma in condizioni tali che il porre ad effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa, recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all'orecchio.

Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno, quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col mutismo triste di Massimiliana. Dall'alto del cocchio, facendo schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: «Facciamo una cosa!» disse all'amico: «Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.»

Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta, lasciando le redini al groom, e il secondo da cavallo, Rosalia di Verdara aveva chiesto alla signora d'Archenval se si fidava di fare due passi. «Mi proverò!..» aveva risposto la viscontessa, che il moto e l'aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch'esse discese dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa dava il braccio alla signora d'Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si disegnava sotto la toque d'una tinta scura. Restando solo per la prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell'animo suo all'imprevedibile fortuna di quell'incontro, egli avrebbe voluto esser lontano, tanto dolorosa finiva per essere l'emozione cagionatagli dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non dell'amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l'angosciosa delizia che la sua presenza gli procurava, l'esclusiva passione di cui egli era pieno. La stessa ipotesi d'una dichiarazione, d'una formula convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel tormento di sentirsi pieno d'un'idea e di non volerla e di non poterla esprimere, fu con voce velata dall'imbarazzo che, voltandosi indietro: «Povera signora!» egli disse, fermandosi un poco a guardare la viscontessa e la sua amica: «È sempre molto sofferente…»—«Sì,» rispose la signorina di Charmory; «che martirio non vederla sollevarsi mai…» E l'accento col quale ella parlava di quella fatale malattia era anch'esso stanco, quasi depresso e così estraneo alla realtà che Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. «Il clima di Sicilia non le ha dunque giovato?»—«Quasi nulla. Sono dei miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute…. Del resto,» aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, «che cosa può fare un'aria mite o un tepido sole?…» Ed aveva guardato un momento un mendicante, avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. «Certo, si soffre dovunque…» aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. «Vi sono grandi miserie!…» soggiunse la signorina di Charmory, e un piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.

Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne l'attenzione, aveva esclamato con tutta l'espressiva efficacia del dialetto: «Come è bella l'Inglese!…» Ermanno aveva visto l'atto e udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell'ingenuo giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell'espressione ridente dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: «Ha sentito, signorina?… La prendono per una Inglese…» Massimiliana di Charmory sorrise lievemente. «Tutti gli stranieri sono Inglesi per questa buona gente!…» In quel punto, gli occhi le erano andati sopra un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi di candida bambagia. «Guardi,» diss'ella, arrestandosi un momento lì dinnanzi. «Che cosa significa?..» Ermanno, che aveva scorto quei fiocchi bianchi, oggetto dell'attenzione della sua compagna, rispose: «È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale…» Egli aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva da ragazzo l'uso tradizionale che in un paese dove l'inverno è una continua primavera, vuol ricordare intorno all'imagine del Salvatore l'ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma tutte le volte che scorgeva quel simbolo—e ciò non gli accadeva più da anni—non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di commossa simpatia. «Come è gentile!…» esclamò la signorina di Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva nell'accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi quali ella fissava l'imagine sacra. «È una nostalgia del cielo settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo…» ed improvvisamente egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col sangue; pensando all'altro lontano paese che aveva visto nascere l'Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo fianco… «È vero, la nostalgia del cielo settentrionale…» aveva detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta. Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno smarrimento ineffabile, dal quale l'avvicinarsi più rapido della carrozza li trasse bruscamente…

Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d'Archenval, Rosalia di Verdara l'aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l'uno a fianco dell'altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza esserne scorta e sorprendere lo loro parole!… Era però arrivata abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che segue un rapido scambio di pensieri come l'agitazione delle onde dopo un colpo di vento, per scorgere l'imbarazzo dei due giovani ancora sotto l'impressione della loro muta intelligenza.

Come la carrozza s'era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello, offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera, smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle signore e partiva al galoppo.

IX.

Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell'incontro tutto sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento… nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell'istante, egli aveva avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non era possibile più… Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena, rapidamente, dall'incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la semplicità dell'avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l'appoggio della propria mano alla fanciulla, ella era stata un momento esitante; poi s'era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma la prima volta che l'aveva incontrata, al Museo, ella non glie l'aveva accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare, incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?.. No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi… e intanto egli cercava nella propria mano l'inpercettibile traccia lasciatavi da quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza crescente… Egli l'amava! l'amava! e avrebbe voluto che il tempo non scorresse più, e che quell'istante di purissima gioia, di emozione ineffabile, quell'unico istante in cui il miraggio, la parvenza, l'illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza, a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente… La stagione dell'anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la caducità, l'esplosione della vita in cui i germi letali già operavano la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell'incanto era scevro d'ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella stagione spirituale egli aveva ora l'annunzio, ma come dinanzi al prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio… Che fare, che dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli non aveva l'agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi, quasi di fuggire quell'emozione che egli portava con sè, e che durava oltre quell'ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli prima temuti, si sentiva come purificato dall'attenzione della fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d'infrangere la delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..

Egli era ancora sotto l'impero di questi sentimenti quando, ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di lei.

Vedendo entrare Ermanno nel suo boudoir, la signora di Verdara aveva leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione con un'amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un cara continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l'abbandonava. Nei giorni trascorsi dall'ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed ogni lusinga era caduta per lei. L'imbarazzo sorpreso fra i due giovani quand'ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l'espressione di profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure, ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto fossero giunti… ma nell'ora d'affrontare la prova, una strana esitazione s'impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele certezza… Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l'amica, che accompagnò fino all'anticamera. Però, quel momento di solitudine era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa; guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa, irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno l'aspettava in piedi: «Dunque?…» esclamò, con una espressione indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un enimmatico sguardo sul giovane. «Eccomi venuto a fare onorevole ammenda!» rispose questi, inchinandosi. «Ho meritato i suoi rimproveri; sia così generosa da perdonarmi…»