Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo? Sono certo che l'avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va più innanzi di me, ed è molto [pg!92] più rigido nelle sue affermazioni. L'altra volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto unico e costante, essendo sempre avidi d'amore, amano in un modo più logico e mettono nell'amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in presenza d'una donna, comunque ella sia, — purchè non abbia sessant'anni o la gobba, — deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.» Fino a ieri io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli uomini è toccato il dovere dell'iniziativa, essi non dovrebbero guardare, come infatti non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe anche ammettere e dimostrare, con l'esperienza alla mano che, alle volte, essi si rammentano dell'esser loro perfino dinanzi a donne di sessant'anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri, troppo assoluto. Da ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l'aspettavo, ebbi la prova delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi dimentica il precetto dell'amico mio. La vuol sentire anch'ella? Eccole calda calda la storiellina.

Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie d'innocente ostentazione di freddezza ch'egli non lascia neppure in mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri, per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei discorsi come nessuno deve averlo mai visto.

Era stato fuori qualche mese, ma dov'era stato, che cosa aveva fatto, quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla; soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle mostre dei magazzini. Quando fummo all'angolo di via Monte Napoleone qualcuno, scantonando, l'urtò un poco: [pg!93] Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io proposi:

— Torniamo indietro?

— A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l'uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.

— Il Savini mi secca. Andiamo all'Accademia.

— Ma tu stasera hai qualche cosa! — non potei trattenermi dall'osservare. — Ti senti poco bene?

— Io? Benissimo.