Allora io li feci parlare. Erano mezzo ubbriachi: dissero la verità, la verità vera, quella che alle volte non confessiamo neppure a noi stessi.
Grolla narrò:
— Imaginate che io ero al mio primo amore. Altrettanto non posso dire, in coscienza, dell'amica mia. Ella stessa mi dava a intendere che fosse al secondo; ma credo piuttosto che convenisse servirsi dell'espressione algebrica e chiamarlo ennesimo. Voi potete strappare alle donne la verità intorno al loro passato, ma come potete tirare il tappo di sughero da una bottiglia quando non avete cavaturaccioli: a pezzetto a pezzetto. Or bene: a pezzetto a pezzetto io strappavo all'amica mia il sughero — voglio dire la confessione della verità. Ella aveva una quantità straordinaria di gioielli; ma era tanto ricca, che avrebbe potuto averne, senza che me ne stupissi, anche il triplo. Un giorno me li mostrò tutti. Io notai che in qualcuno di quei braccialetti, di quelle spille, di quei monili, erano tracciate certe iniziali, certe date. Compresi che dovevano essere regali, i regali dei miei predecessori. Le domandai: «Sono ricordi?...» Ella mi rispose, chiudendo gli occhi: «Sì...» Notate che chiuse gli occhi non già perchè riconosceva d'aver preso quel ben di Dio, ma semplicemente perchè confessava alla fine d'avere avuto più d'un amante. Allora, se i miei predecessori avevano creduto di dover aiutare la memoria di lei, non dovevo anch'io mettermi in grado di non esser dimenticato? Qui però mi cascava l'asino. Io non avevo quattrini nè sapevo come farne. Gli amici miei ne avevano meno di me, e gli usurai mi negavano credito. Non vi narro per quali vie tortuose e con quali disgustosi espedienti misi insieme mille lire. Con mille lire credevo di poter fare le cose decentemente. La mia idea era di offrirle un ricordo nell'anniversario del nostro primo incontro. Ma come quel giorno s'avvicinava, la cosa m'appariva meno facile di quel che avevo [pg!142] creduto. Ero alle mie prime armi, vi ho detto. Cominciavo a temere di offenderla. Ella era molto poetica, e tutte le cose dove entrano i quattrini sono molto prosaiche. Bisognava trovare un'occasione propizia, inventare un modo lirico per offrirle un oggetto di valore. Ma non avrebbe rifiutato? Non si sarebbe sdegnata?... Io facevo un conto: ero stato con lei non più d'una cinquantina di volte: a venti lire, venivano appunto mille lire. Mi pareva, spendendo per lei tale somma, di pagarla a questa stregua; e tutto il mio proprio lirismo — ne avevo ancora! — insorgeva, disgustato ed offeso... Però, quegli altri, i miei predecessori?... Ma non mi diceva ella d'amarmi a un modo diverso da tutti gli altri?... Non mi giurava che, se era passata per altre prove, queste erano state tutte tristi, anzi orribili, e che solamente io le avevo rivelato l'Amor vero, con l'A grande? Dunque non avevo l'obbligo di comportarmi in modo diverso dagli altri? Dunque non era da prevedere che ella avrebbe male accolto l'offerta? Io mi tormentavo nell'imbarazzo, quando un giorno la trovai tutta eccitata. Veniva dall'aver visto i doni nuziali raccolti dalla figlia di una sua amica: cose regali. E cominciò a descrivere i bagliori dei brillanti, le iridescenze delle perle, le fiamme dei rubini; cominciò a noverare i fili delle perle, i cerchi dei braccialetti, le gemme degli anelli. Era inesauribile; i suoi occhi lampeggiavano. Io non l'udivo bene, pensando al caso mio, al modo di conciliare il rispetto che le dovevo col desiderio, col piacere di offrirle, non una di quelle cose sontuose che ella descriveva, ma la cosuccia che il mio biglietto laboriosamente messo insieme m'avrebbe permesso di comperare. Ed ecco che adesso ella descriveva un orologio: «Una cosa non di gran prezzo, ma d'un gusto, d'un gusto!...» E intanto che diceva com'era fatto, io pensavo che forse con le mie mille lire un oggetto simile potevo procurarmelo; ma dove? Altro imbarazzo: io non avevo pratica dell'oreficeria. Se avessi potuto dirle: «Vuoi cercarne uno eguale, affinchè io mi procuri il piacere di offrirtelo?...» ma come dire questa cosa? Avrei dovuto [pg!143] dirgliela abbracciandola, all'orecchio, piano, per non offenderla; o piuttosto prender le mosse più da lontano, così per esempio: «Senti... vorrei dirti una cosa; mi prometti che non me la negherai?...» L'espressione del mio volto, per quella cogitazione, doveva essere molto curiosa, se a un tratto ella mi disse, interrompendosi: «Non temere, sai: non te lo descrivo perchè tu me ne comperi uno eguale...»
Gabotti e Castelli picchiarono coi pugni sulla tavola, ridendo sgangheratamente.
— Ah! Ah! Bellissimo!... Straordinario!... Ah! Ah! Ah!... E tu, allora?
— Io, allora, le offersi le mille lire, perchè appunto ella scegliesse qualcosa di suo gradimento...
— E le prese? Le prese subito?
— Subito, no; mezz'ora dopo, quando andai via...
Le risa salirono al cielo.
Rideva più di tutti Castelli; Gabotti faceva piuttosto per dire qualcosa. Disse infatti, quando la clamorosa ilarità dell'amico sedossi, con un'enfasi e una stravagante preziosità di linguaggio dentro alla quale si sentiva uno sdegno amaro: