— Il tuo caso, tuttafiata, non parmi eccessivamente inedito e inopinabile. Vorrei quasi dire che è un caso alquanto ovvio. Ridotto alla più semplice ed assiomatica espressione, lice formularlo così: quando gli uomini dimenticano di pagare le donne, reclamano esse il pagamento. Anch'io provai, altrafiata, un imbarazzo molto simile al tuo. Sarò breve. Ero alle mie seconde armi. Avevo acquistato — e pagato! — una certa esperienza. Sapevo che, se avessi offerto qualcosa, non sarei stato messo alla porta. Tuttafiata, prima di offrire, mi restava da trovare l'opportunità dell'offerta. Una volta, nella ricorrenza di non so più quale anniversario, mandai alla metà dell'anima mia un gran fascio di rose bianche. Le rose bianche erano i fiori che ella portava alla cintura il giorno del quale si celebrava il ricordo. Il dono fu gradito in modo straordinario. La metà dell'anima mia mi disse, sul tardi, quando andai a trovarla, che le avevo procurato un [pg!144] piacere ineffabile. Non si stancava dal ringraziarmi; e come io tentavo di sottrarmi a così grata lode dicendo che non avevo proprio un gran merito nell'invenzion dell'omaggio: «No!» proferì ella: «Tanto piacere non m'avrebbe forse fatto una riviera di brillanti...»
E allora le risate degli altri mi assordarono. Grolla, specialmente, pestava coi piedi per terra, si dimenava sulla seggiola, come sul punto di scoppiare:
— Forse!... Ah! Ah! Ah!... Immenso quel forse!... Gotico! Tricuspidale!... E allora, tu?
Il narratore concluse:
— Allora io le offersi non una riviera, ma una piccola spiaggia!...
Restava Castelli, che non aveva detto ancora nulla. Io lo incitai a non esser da meno degli altri e a raccontar la sua. Castelli, smesso di ridere, narrò:
— Io voglio riferirvi due frasi che udii dirmi, a uno stesso proposito, da due donne diverse. Una apparteneva alla migliore società, aveva ricevuto la più squisita educazione, esprimeva i sentimenti più delicati. Eravamo amici da molto tempo, ed io avevo fatto per lei più di quel che potevo. L'amavo molto, non credevo alla mia fortuna e non la volevo perdere per paura di ricadere negli amori volgari, di dover ricorrere un'altra volta alle mercenarie vili. Se spendevo ciò che non avevo per quella donna, potevo forse dire di pagarla? Potevo dire di pagare ciò che non aveva prezzo? In verità credo che con i miei doni procurassi maggior piacere a me che a lei! Non già che le dispiacessero, ma il mio piacere per il piacer suo era veramente grandissimo. Un giorno le portai una cosa di molto valore. Quantunque i suoi occhi ridessero dal contento, mi rimproverò e rifiutò d'accettarla; le pareva che fosse troppo. Io le dimostrai che era niente. E dopo le mie eloquenti dimostrazioni non oppose più difficoltà; ma, dopo avermi ringraziato con effusione, mi domandò a un tratto: «Ti costo molto?...» Allora, subitamente, io mi rammentai dell'altra frase che m'aveva detto, molto tempo prima, un'altra donna. Era una mercenaria, una creatura degradata e avvilita; [pg!145] una di quelle al cui increscioso ricordo sentivo sempre più alto il valore della creatura eletta che ora mi accordava liberamente un nobile amore. La mercenaria, un giorno che non sapeva come fare, che forse non avea da sfamarsi, era venuta a trovarmi, ad offrirmisi. La conoscevo da un pezzo, solevo chiamarla quando avevo voglia di lei, le dimostravo una certa preferenza perchè mi dispiaceva meno delle altre. Ma quel giorno avevo cose gravi alle quali badare, e la congedai. Allora, con molta titubanza, a capo chino, mi chiese qualcosa come dieci lire. Io le diedi, ella le prese e fece per andarsene. Giunta sull'uscio si fermò, esitante; poi tornò indietro, mi venne accosto, e mi domandò con voce sommessa, tentando di prendermi la mano: «Non mi vuoi più bene?...»
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[UN'EQUAZIONE MORALE]
Mia buona amica,