A Napoli, dunque, rividi molti amici, ma Vittorio Alfeni, fra tanti, fu quello la cui compagnia mi riuscì più cara. Alfeni, uomo per ogni rispetto superiore, crede alla jettatura in un modo affligentissimo; noi non potevamo stare insieme per le strade, in un caffè, al teatro, senza che, per pararla, egli facesse a ogni tratto un molto energico gesto, incontrando o scorgendo una quantità di facce, a suo vedere, proibite. Una sera al Sannazaro, intanto che guardavamo in giro per la sala, una dama entra in un palchetto di seconda fila, ed ecco Alfeni ripetere il gesto che sarà salutare, ma non è precisamente consigliato da Monsignor della Casa. Io credetti d'essermi ingannato: certo il preservativo atteggiamento era diretto contro l'influsso di qualche altra persona. Vi sono donne jettatrici? [pg!188] Il nefasto potere non è particolare agli uomini, agli uomini più brutti e sgraziati? Non bisogna avere lo sguardo losco, il naso adunco, il colorito terreo, l'andatura storta per far male al prossimo? I più spaventevoli jettatori non sono preti, gente tetra, vestita di nero, la cui vista rammenta la morte con la quale essa bazzica? La vista d'una donna, d'una dama giovine, piacente, elegante, sarà anch'essa capace di funestarci? E' vero che quella dama guardava dietro l'occhialino e che tutti gli occhi armati di vetri sono, secondo i superstiziosi, fortemente sospetti; ma un occhialino dal manico di tartaruga bionda, ornato d'aurei fregi, maneggiato come lo scettro della grazia da una bianca mano soave, è da paragonarsi agli occhiali infissi sui nasi rostrati?... E poi, e poi... io conoscevo quella signora, sapevo quali rapporti eran passati fra lei ed Alfeni; l'amico mio mi aveva confidato, altra volta, la sua fortuna. S'erano amati, molto, a lungo; poi l'amor loro, naturalmente, era finito; come mai poter sospettare ch'egli avesse paura di lei?... Qualche giorno dopo, seduti alla terrazza del Gambrinus, vediamo passare la carrozza della dama; Alfeni mormora non so che cosa e si difende un'altra volta. Potevo dubitare ancora? Pure non mi capacitavo d'una cosa simile. Che l'amore dell'amico mio fosse finito, che avesse anche dato luogo all'odio, suo carnale fratello, avrei potuto ammettere e spiegare; ma la paura? la paura della jettatura? attribuire ad un essere che fu tanta parte di noi l'iniqua potenza, guardarsene come da un rettile?... Non potevo crederlo!... Ma noi non incontrammo mai quella signora senza che Alfeni si difendesse. Un giorno, su per Toledo, ella esce improvvisamente da un negozio dinanzi al quale passiamo: l'incontro è rapidissimo, inopinato; Alfeni non può subito mettersi sulla parata; egli borbotta un «Corpo del diavolo!» molto eloquente, schermendosi energicamente dopo che la dama è passata. Allora io non sto più alle mosse:

— Sei ammattito? Che cos'è quest'altra paura, adesso? E' jettatrice anche ella?... — gli dico.

[pg!189] Ed egli, insistendo nelle tardive precauzioni:

— Perdio!... Perdio!...

— Non scherzi?

— C'è poco da scherzare, sai!

Non sapevo se alludere al loro passato; lo sdegno e più la curiosità mi spronarono:

— E quando trascorrevi la vita ai suoi piedi? O credi ch'io abbia dimenticato?...

Egli si fece così serio e buio che tacqui; poi con voce quasi brusca mi disse:

— Ti prego di non parlarmi di ciò.