Io pensavo che il Poeta s'è ingannato, che vi sono amori così tristi che non solamente non hanno ricordi ma finiscono con l'inaudito sentimento al quale Alfeni era in preda...
— Allora, non vuoi credere?... — continuava egli a domandarmi; e scrollando il capo, reagendo ancora una volta contro le sue suggestioni:
— Io credo una cosa, — risposi: — che tu ammattisci!
— Allora, tu sei matto se ti senti gelare vedendo una biscia velenosa che ti guarda con gli occhi freddi? Che cosa provi per la biscia che schiacci col piede? Il ribrezzo sarà dunque da oggi in poi sintomo di pazzia?
Non risposi. Tacemmo lungamente, salendo oltre piazza Dante. Dinanzi al Museo incontrammo due graziose signorine in mezzo alle quali stava una donna sulla quarantina, magra, clorotica, con le lenti sul naso affilato, una specie di governante, uno di quegli esseri disgraziati la cui vista fa pena. Alfeni borbottò: «Oggi è giornata campale!...» e ripetè il gesto preservativo.
— Anche quest'altra?... Sono dunque molte le jettatrici?... — domandai, ridendo questa volta più schiettamente.
— Sono le più tremende, — rispose Alfeni: — credo anzi che siano le sole veramente temibili...
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[LA CONSOLATRICE]
Amica carissima,