E passatasi una mano sulla fronte, lentamente, da una tempia all'altra, disse, come in sogno:

— Io lo tradii.

Dopo una pausa riprese:

— Imaginate voi che cosa dev'essere un pazzo che abbia perduto, insieme con l'intelletto, la vista? Soltanto un pazzo cieco avrebbe potuto fare quel ch'io feci — ragionatamente, deliberatamente. Pensai che egli non mi amava più, che non m'aveva amata mai. Credetti alle parole d'un altro, di quelli che ci troviamo attorno nelle agonie del sentimento, corvi che hanno fiutato il cadavere. No, non lo credetti! Non credevo più nulla. Ma questo scetticismo, la certezza che non c'era nulla, la persuasione d'esser discesa tanto basso da non poter cadere più giù mi buttò incontro ad un altro. Egli s'era accorto di quest'altro e non aveva trovata una sola parola per salvarmi. Io pensai: «Vuol dunque gettarmi via come una cosa inutile e vile!» E volli io stessa lasciarlo. Quando glie lo dissi...

Ella s'interruppe, esitante; e ad occhi chiusi, rovesciando un poco la testa, irrigidita come per catalessi, con voce lenta e gelata soggiunse:

— Dopo che sarò morta, dopo che m'avranno chiusa dentro una bara, dopo che la terra mi avrà ricoperta, io udrò ancora quell'urlo.

Rimase quasi assorta qualche momento, poi ricominciò:

— Saremmo stati ancora a tempo. Ma la benda non era ancora tutta caduta dagli occhi nostri. Io credevo d'averlo ferito nell'orgoglio soltanto, trionfavo provandogli che valevo ancora per gli altri, ottenevo la rivincita! Egli vide confermato il suo giudizio sulla mia infamia. Un intimo senso di sollievo, quella calma ingannatrice che precede lo scatenamento delle tempeste, ci pervase entrambi. Egli scomparve ed io ricaddi. Allora, allora soltanto, quando un altro prese il suo posto, quando io mi sentii nelle braccia d'un altro, quando questa miserabile carne fu preda d'un altro, un gemito [pg!209] sordo e lungo, il gemito d'una disperazione mortale uscì dal mio petto.

E un sorriso indefinibile, d'ironia, di pietà, di sprezzo, rischiarò quel viso.

— Io sapevo, per averla tanto provata, la nausea del risvegliarsi accanto a qualcuno che fino alla vigilia è stato un estraneo e che dopo l'ultima intimità sarà più estraneo di prima. Io avevo curata questa nausea col procurarmene un'altra maggiore, e poi un'altra ancora maggiore. Ora non ne provavo alcuna. L'insensato stupore, il tremendo e senza fine sterile rimorso m'agghiacciavano troppo. No, io non credevo alla realtà; mi sentivo come sotto l'impero d'uno di quei sogni mostruosi durante i quali sappiamo però di sognare. Ed un pianto sconsolato, inesauribile, grondava dai miei occhi; uno di quei pianti che sembrano stemperare l'anima stessa, che nei sogni ci destano. Ma il mio risveglio era più tetro del sogno. E come in sogno io pensavo che qualche misteriosa potenza aveva certamente cambiato le fattezze, gli sguardi, la voce dell'uomo che fino a qualche giorno innanzi era stato mio, e come in sogno io cercavo di rivederlo attraverso quest'altro. Io figgevo il mio sguardo nel suo, lungamente, intensamente, fino ad abbacinarmi, per discoprire nel suo sguardo i lampi del Perduto; poi chiudevo gli occhi ostinatamente, inflessibilmente, imponendogli di tacere, per illudermi, per credermi ancora insieme col Perduto. Ed accadde questo: che i miei avidi tentativi, i miei funebri ardori, la mia lunga pazzia accesero l'animo non del tutto volgare del mio nuovo amante; egli credè ch'io facessi tutto ciò per lui — per lui! — e al soffio della grande passione quel fuoco divampò alto e gagliardo, ed egli trovò inaspettatamente una parola, l'accento dell'Altro... Illusione terribile!... Io m'afferravo a lui, gli prendevo il capo fra le mani, gli dettavo le parole che ancora, che sempre mi risonavano all'orecchio, e gl'ingiungevo di ripeterle, ed egli le ripeteva, pensando che l'amore le suggerisse. E per un attimo io Lo ritrovavo! No, la nausea d'un tempo non mi soffocava più; no, io non [pg!210] potevo scacciare quest'uomo quando l'orrore invadeva l'animo mio, giacchè per suo mezzo recuperavo in qualche modo colui che avevo disconosciuto; giacchè la nausea, l'orrore, il pianto lungo e cocente mi rivelavano ciò ch'io avevo negato: la forza d'una passione che era la mia stessa vita! Non potevo scacciarlo; potevo soltanto e dovevo disingannarlo, dirgli a che mi serviva, perchè facevo tutte queste cose — e glie lo dissi! Gli dissi che mai, mai avevo avuto un palpito, un solo pensiero per lui; lo costrinsi ad ascoltare la confessione dell'amor mio per un altro, gli dissi che cercavo quest'altro in lui; che invece di farmi obliare egli dava nuova forza alla passione mia; che ora, la prima volta, grazie a lui, grazie al mio tradimento, acquistavo la prova luminosa, sfolgorante, irrecusabile di quell'amore. E nella risurrezione della fede il mio spirito acquistava una sovrannaturale chiaroveggenza, un intuito fatidico: io sentivo che una rivelazione eguale alla mia doveva essersi fatta nell'anima del Perduto; che, lontano da me, attraverso nuove esperienze ed impreviste vicende, egli doveva piangere com'io piangevo perchè sapeva che lo piangevo... Un giorno lo rividi. Corsi da lui.