Alla luce sempre più scialba del fosco tramonto, il suo viso appariva pallidissimo; le sue labbra s'atteggiavano a un ironico riso.
— Tu accusi la morte! Non sai dunque di che cosa è capace la vita?... Ti duole che una potenza fatale [pg!217] distrugga il sogno d'una gioia senza fine? Ma tu non pensi che, in ragione di questa stessa fatalità, il tuo spirito finalmente s'acqueta! Sta dunque a sentire. V'è una creatura che t'ha detto: «Sono tua, per sempre.» Chi distrugge il senso di queste parole? Ella stessa!... Ella t'ha detto che t'ama, e un bel giorno ti dice: «Non t'amo più!» Bada ancora: al tempo dell'amore felice ella ti ripeteva, malinconicamente: «Sarai tu quello che mi lascerai!» Tu allora protestavi, giuravi, non sapevi nè potevi darle una prova del suo inganno. Adesso, quando ella ti ha detto che non t'ama più, quando t'ha fatto comprendere che fra te e lei non c'è più nulla di comune, che cosa fai? Sei preso da un impeto di sdegno, la colmi di rimproveri, la minacci? No!... Tu ti getti ai suoi piedi, le ricordi le sue parole, le dici: «Com'è possibile? No, non è possibile! Tu vuoi mettermi alla prova, tu vuoi farmi paura. Tu sei mia, tu m'hai detto che non potevi vivere senza di me.... Che cosa t'ho fatto? Quali colpe ho commesse?...» Ella tace. Tu ti batti la fronte e riprendi: «Sì, ho una colpa.... Non t'ho provato ancora abbastanza quanto sia forte l'amor mio.... Comprendi: la parola è impotente, il pensiero non si esprime mai tutto. Ma guardami in fondo all'anima: non vedi come è tutta piena di te? Io sento in questo momento che non ti ho mai amata tanto....» Ella scuote il capo, ti oppone fredde ragioni, ti addebita colpe insignificanti delle quali ella stessa non è immune. Tu non le rimproveri le sue; le prendi una mano, la scuoti, la guardi negli occhi, la chiami col dolce nome antico. Ella s'irrigidisce, ti respinge, evita il tuo sguardo; allora la luce si fa nel tuo spirito: ella ama un altro. E la terra ti manca sotto i piedi. Quella creatura, quell'anima, quel corpo, sono d'un altro! È possibile? Glielo chiedi, con voce strozzata, gemendo ed urlando, ed ella protesta freddamente, risponde che non ha conti da renderti. Il tuo orgoglio d'uomo è ferito; ti senti un gran sdegno ribollire nel cuore: non dici nulla. Ti alzi, le stringi la mano, fai per andar via. Ma sei legato con tanti e così sottilissimi fili a quelle mura, [pg!218] a quella persona, che senti il tuo cuore lacerarsi. Che ti dice ella? Ti dice: «Addio!» All'uscire da quella casa, con la fronte in fiamme, un martello alle tempie, la gola stretta, le labbra inaridite, ti metti quasi a correre, incapace di coordinare le tue idee, non riconoscendo nessuna delle persone che incontri per la via, occupato soltanto dell'oscuro pensiero che ormai la percorri per l'ultima volta. E una parola ti risuona all'orecchio: quell'addio terribile, la parola che si pronunzia nelle agonie, nelle separazioni senza ritorno, nelle ore fatali della vita — la parola che fiacca il tuo sdegno, che seda i tuoi istinti di ribellione, e che ti stringe il cuore, ti brucia gli occhi, ti toglie il respiro.... Tu pensi: «Non la vedrò dunque mai più?... Non sentirò il suo capo appoggiarsi al mio petto, non stringerò più la sua mano, non bacerò più la sua fronte?...» Passano giorni vuoti, monotoni, eterni. Tu ritrovi le sue lettere, i suoi ritratti; ed hai paura di toccarli, di mutarli di posto. Diventi superstizioso. Ad ogni squillo di campanello pensi: «È lei! Mi scrive, si pente, mi chiama!...» Nulla! Tutto è finito! Tu non la vedrai più, mai più, mai più! A queste parole che tu ripeti incessantemente, disperatamente, la tua ragione vacilla. Perchè mai più? Che cosa può vietare che due esseri viventi si rivedano ancora? Quali insuperabili barriere, quali distese di mari e di terre li posson dividere? Quali catene potranno impedire che tu ti slanci verso di lei? E vuoi rivederla; a costo di tutto bisogna che tu la riveda. Davanti a lei la tua passione scoppia selvaggiamente. Minaccioso e supplice, le dici dapprima: «Ti ammazzerò!» e poi le mormori piano: «Io so ancora tante parole d'amore che non t'ho dette ancora!...» Ella si scuote, ti blandisce, ti prega di non farle male, ti scongiura di rassegnarti, di farti una ragione, di accordarle la pace. Naturalmente non si può sempre parlare, gridare, piangere, mordersi. E stanco, esausto, sfinito, vai via; questa volta, comprendi bene, per sempre. Solo, in silenzio, riprendi a piangere, la piangi come morta; ma ella non è morta per gli altri; è morta per te. [pg!219] Tu la scorgi, talvolta; e provi il bisogno pazzo di andare a piangerle vicino, di toccarla, di contemplarla. Se ella fosse morta, se la terra la ricoprisse, il tuo cuore s'acqueterebbe: tu non avresti queste tentazioni, la tua piaga non si riaprirebbe continuamente. Tu non penseresti di tentare ancora una volta la resurrezione di quel passato il ricordo del quale ti brucia come un carbone ardente — perchè, rammentalo, l'idea dell'impossibile, dell'irreparabile repugna in grado supremo all'anima nostra; perciò la speranza è l'ultima a morire. La morte ha questo di buono: uccide la speranza. Invece tu speri ancora; tu dici: «È forse impossibile che questo passato risorga? No: basta che ella voglia....» Allora pensi a tutti i suoi momenti buoni, a tutte le prove di tenerezza che ti diede; vorresti gettarti un'altra volta ai suoi piedi, affidarti alla sua pietà. Tu pensi: «Se ella dice di sì, che tripudio scoppierà nell'anima mia! Questa benda di ferro che mi fascia la testa cadrà! Che aria ravviverà il mio petto oppresso! E come impazzirò di gioia dopo essere stato sul punto d'impazzir di dolore!...» Ed ella ti risponde: «No!...» Accusa la morte, adesso!... Per la creatura morta tu provi una infinita pietosa dolcezza, una soave malinconia rassegnata; per questa creatura viva il rancore, il livore si mescola alla tua passione e la intorbida e la corrode e ti strugge.
Tacque anch'egli, ansando un poco. Franz non aveva opposto nessuna ragione agli argomenti di lui; Ludwig se n'era rimasto sempre a guardar l'orizzonte che adesso, nella sera già calante, si veniva perdendo.
— Conosco, — diss'egli finalmente, portandosi le mani alla fronte e passando le palme sulle sopracciglia, — conosco una fine d'amore più triste ancora di tutte coteste.
I due amici lo guardarono.
— La fine d'amore più triste, più tormentosa, più tragica, è un'altra. Non è la brutale che segue alla morte, o all'abbandono, al tradimento: è la fine lenta, lunga e quotidiana, l'esaurimento continuo prodotto dall'azione del tempo, dal fatale svanire d'ogni cosa [pg!220] umana. Il giorno che voi avete confessato l'amor vostro, che ne avete ottenuto il ricambio, avete detto a voi stesso: «E' per sempre! per sempre!» Voi credete a questa parola, pensate che se qualcosa d'indipendente dal vostro volere non accadrà, l'amor vostro durerà eternamente. Ed è, dapprima, il tripudio più puro fra le proteste più pazze. Un sentimento di meraviglia occupa il vostro spirito: pensate alla creatura che vedeste un giorno da lontano, a cui parlaste col rispetto più timido, per cui sentiste nascere il desiderio più disperato — e questa creatura adesso è vostra, vi appartiene, tutta! Voi quasi nol credete; se la vedete, talvolta, passar da lontano, il dubbio rinasce nel vostro spirito. Nel cuor vostro una gratitudine immensa, una devozione sconfinata raddoppia l'amore. Tutti i giorni voi le scrivete, le mandate qualcosa del vostro pensiero, del vostro cuore. Ella impara a memoria le vostre lettere, ve le ripete, ve ne chiede altre. Voi ricominciate, ancora, sempre; ma, senza accorgervene, le antiche espressioni vi ritornano sotto la penna e, a poco a poco, naturalmente, vi ripetete. Vi mancano le parole? Che importa! Voi pensate che da tutti i vostri atti, da tutta la vostra vita, ella dev'essere assicurata della saldezza del vostro affetto. Ella non pensa così; si lagna perchè vi crede intepidito, fa consistere il bene in certe cose che per voi non hanno significato. State in guardia: voi cominciate a scorgere i difetti nell'idolo. E se chiudete gli occhi per non vederli, altri invece se ne rivelano. Allora voi ve ne fate una ragione; tutte le creature umane non hanno forse i loro?... Sapete che cosa vuol dir questo? Vuol dire che dal periodo epico voi già passate a quello critico. Voi vi ammirate per la vostra penetrazione, per la vostra ragionevolezza. Il vostro egoismo vi mantiene pertanto in una illusione; vi dimostra che, dal canto vostro, voi non avete difetti di sorta; ella non può, non deve trovarne in voi. Un bel giorno, una sua parola, l'accento col quale ella la pronunzia, vi aprono gli occhi; ella ha scoperto i vostri difetti secreti, le vostre debolezze [pg!221] intime, quel che c'è in voi di manchevole, di meno bello. Allora il vostro amor proprio s'impunta. E vi chiudete in un offeso riserbo, o vi vendicate dicendole apertamente i suoi torti. Adesso ciascuno di voi giudica l'altro, senza riguardi, per quel che vale. Un istinto d'avversione vi domina; ma i legami che vi stringono sono tanto forti che non si spezzano. E sapete a che cosa somiglia allora la vostra situazione? Somiglia a quella di due forzati avvinti da una stessa catena, ciascuno dei quali è costretto a non fare un passo che l'altro non faccia. Quando voi pensate all'illusione dei primi giorni, chiedete: «Come mai s'è dissipata?» E non sapete rispondere; il disinganno s'è venuto operando lentamente, inavvertitamente. Presto s'accresce ancora; presto voi domandate un'altra cosa, la cosa opposta: «Come ho potuto illudermi?» Tanto è profondo l'abisso scavatosi!... Tutto ciò vi fa paura, perchè quel complesso di moti diversi ed opposti che si chiama l'amore è ancora in voi. Ecco: voi chiudete gli occhi, abolite la percezione del mondo circostante, guardate in fondo alla vostra memoria. Il ricordo dei giorni sereni vi brilla: perchè non potreste riafferrarli? La donna che voi amate non è morta, non v'ha abbandonato, è sempre vicina a voi; ma sapete che avviene? Ella non è più la stessa che conosceste un giorno. L'assiduità con la quale l'avete contemplata, esaminata, studiata, ha finalmente alterato le linee del suo viso, della sua persona; vi ha fatto scoprire in lei aspetti, attitudini, espressioni che prima non avevate visti. Voi vi sforzate di ritrovarla come al tempo che nacque l'amore; per questo la rimettete nella stessa luce nella quale prima v'apparve, ed esumate tutti i vostri ricordi, e vi riportate continuamente col pensiero al passato. Ogni sforzo è inutile: no, non è più lei, non può esser più lei... Le sue carezze d'ora non sanno più come le prime; le sue parole d'ora non hanno il suono delle antiche. Voi comprendete che uno stesso mutamento accade in lei, ma nessuno di voi ha il coraggio di dirlo. Ella vi domanda di ripeterle le parole [pg!222] innamorate che le prodigaste; le ripetete, e una ironia amara vi torce le labbra. Lontano da lei vi proponete di dirle tutto, sinceramente, di non rappresentare più oltre una commedia; trovate le parole, cominciate una lettera, ma non avete la forza di compiere il vostro proposito. Se qualche momento di tenerezza ritorna, dovreste esultare, è vero? Invece il vostro scontento s'accresce; vi accusate di fiacchezza, di imbecillità; avreste voglia di percuotervi, d'insultarvi...
L'ultima luce agonizzava, un chiarore verdastro si diffondeva sotto le nuvole pesanti, illividiva i volti dei tre uomini al cui sguardo la desolata campagna e il mar flagellato formavano come un paesaggio appartenente ad un altro mondo, più vuoto, più freddo, più lugubre.
— Chi non ha conosciuto questo, — riprendeva Ludwig, — non sa nulla delle agonie sentimentali, della vanità degli affidamenti, dei giuramenti umani. Per sempre!... Non una potenza ineluttabile, non una volontà estranea alla vostra distrugge questa promessa; ma il vostro stesso cuore; siete voi che ridete di voi! La fine più brusca, la rottura più repentina non hanno nulla di tanto lacrimevole quanto questa agonia. La pietà si mescola allo sdegno ed all'ironia; in certi momenti dimenticate il vostro scontento pensando al dolore che si rovescerà su voi due quando le parole irrevocabili saranno pronunziate... E prolungate l'inganno, e soffrite, e fate soffrire; finchè, un giorno, quando meno ve l'aspettate, a proposito di nulla, tutto finisce... Sapete allora che accade?
Nessuno rispose. L'oscurità invadeva la stanza; nessuno pensava a far accendere il lume.
— Accade, al morale, qualcosa di simile a quel che avviene al fisico, quando una parte del vostro corpo, mortificata, distrutta, è portata via dal ferro del chirurgo. Sapete quel che si legge nei libri: l'infermo, spasimante, s'acqueta sotto l'azione torpente dell'etere. Dapprima un senso di liberazione, un'aura esilarante gli rinfrescano il cervello. Egli ride, si sente più leggiero, [pg!223] quasi trasportato su per l'etere, per quell'altro etere, l'imponderabile. Poi s'accascia, s'addorme, non sente più nulla. Quando riapre gli occhi alla luce, tutto è finito; il suo piede sfracellato, il suo braccio incancrenito non sono più attaccati al suo corpo. Egli guarda il posto vuoto; ma che cosa è il nuovo portento che adesso si compie? Egli sente che il piede, che il braccio portati via aderiscono ancora a lui; le sue sensazioni vi si localizzano ancora; egli vi avverte come un formicolio, crede di poterli muovere, adoperare... Così accade nell'anima. Quando la passione mortificata ne è stata staccata, quando il ragionamento vi dice che non potrà più tornare, il vostro sentimento si proietta ancora in essa e, più di ogni altro moto reale, più d'ogni altro affetto presente, l'anima avverte la presenza dell'amore perduto...