[pg!247]

[LETTERE DI COMMIATO]

La sua supposizione potrebbe anche essere, contessa mia carissima, conforme al vero. L'amore è mortale, e la sua morte, quantunque tristissima sempre, pure sarebbe sopportabile se avvenisse ad una stessa ora nel cuore dei due amanti. Ma, per colmo di sciagura, questo sincronismo è molto difficile, e più spesso la passione tramonta da una parte quando ancora splende dall'altra; allora lo strazio di chi ama senza più essere amato è troppo grande e veramente insopportabile. Ed ella dice che il mio confidente, del quale le narrai ultimamente la storia, sapendo queste cose, preferì cercare un qualunque pretesto per trascurare la donna amata piuttosto che correre il rischio d'essere trascurato da lei. Ripeto che la sua spiegazione è plausibile. Le tempeste che si scatenano nel cuore degli abbandonati sono cosi spaventose, che non è da stupire se un'anima veramente e delicatamente amante finisca d'amare o si riduca ad amare come il più volgare egoista pur d'evitare l'immenso pericolo. Io incorsi altra volta nel suo sdegno sostenendo che gli uomini amano meglio delle donne: voglio ora guadagnarmi la sua lode affermandole che, nell'abbandono, soffrono molto [pg!248] più le donne degli uomini. Ma forse noi attaccheremo un'altra volta lite quando io le avrò spiegato che le due proposizioni, apparentemente contrarie, sono in fondo, tutt'una.

Consideriamo infatti una coppia amante. Se con la cifra 10 esprimeremo l'amore complessivo di questa coppia, io dico che l'amore dell'uomo è rappresentato da 7, e quello della donna da 3 — meno della metà! — Or dunque, se quest'uomo perde un bel giorno — bello per modo di dire! — l'amore di questa donna, il suo dolore sarà grande, ma non tanto grande come quello che proverebbe invece la donna, se fosse costei abbandonata dall'uomo. Infatti, dato che l'uomo ami come 7 e sia riamato come 3, anche durante il tempo felice egli prova un secreto scontento ed è morso da un qualche dolore, perchè l'amor suo non è ripagato esattamente; perchè questa donna non è tanto sua quanto ei vorrebbe e quanto egli stesso è di lei. Nel perderla del tutto il suo dolore cresce senza dubbio oltre misura; pure egli non è stupito; egli è quasi preparato alla perdita di una creatura che non ha mai sentita tutta sua. Per averla — in parte! — egli ha dovuto pregare, supplicare, tendere la mano: ella gli ha fatto quasi un'elemosina; il mendico cui il ricco, fino a un certo segno generoso, non vuol più fare la carità, è forse stupito di non avere più come sfamarsi? Egli torna quasi rassegnatamente al suo destino, che è l'indigenza!... Se noi consideriamo invece la donna, vediamo che le cose stanno precisamente al contrario. Costei ha visto sempre l'uomo, tutti gli uomini, pregare, supplicare, tendere la mano: come potrà rassegnarsi a essere trascurata e sdegnata? Quest'idea non entra nel suo cervello. Poichè amando come 3 ella è ripagata d'un amore come 7, la sua soddisfazione — di vanità più che d'amore, ma la vanità importa più che l'amore! — è stata immensa; ella non può prevedere che il sovrabbondante amore di quest'uomo abbia a un tratto da ridursi minore del suo e da cessare del tutto. Abbandonata, pertanto, ella darà in ismanie convulsive, e [pg!249] molto difficile sarà l'opera di chi vorrà sedarla. La duchessa di San Severo riuscì una volta in quest'ufficio; e per non insistere nelle teorie che ella rifiuta di ammettere le voglio narrare piuttosto la storia.

Emilia di Sclafani, spinta alla colpa da un serpente del quale non so se ella più si rammenta, fu un giorno tradita e congedata dall'amante suo. La duchessa di San Severo se la vide venire dinanzi come una pazza, e dire e far cose da pazza: piangere, gridare, ridere, imprecare, mordersi le mani, strapparsi i capelli. La vecchia dama, che ha molta esperienza, lasciò che il primo impeto del dolore si sfogasse; poi, quando l'altra apparve, non dirò più tranquilla, ma stanca, le domandò:

— Che pensate dunque di fare?

Emilia, rimasta a capo chino, con gli occhi immoti come attirati magneticamente da qualche visione, con le mani strettamente afferrate ai bracciuoli della poltrona, si scosse a un tratto con un brivido e un sibilo, portò la destra alla fronte e rispose:

— Lo so io, forse? Ho una tempesta qui dentro... Sento che mi picchiano sulla fronte, sulle tempie, sul cranio, ferocemente, spietatamente... La febbre mi brucia... Mi par d'impazzire...

— Suvvia, coraggio!... — esclamò la dama scotendo un poco la sua bella testa tutta bianca, con un'espressione piena d'indulgente compatimento, come dinanzi all'irragionevole cordoglio d'una fanciulla inesperta. — Fatevi animo!... Non è poi cascato il mondo!... Sapete che non vi riconosco?

— Se non mi riconosco neppur io stessa!... Se tutto mi manca d'intorno! Se non vedo più uno scopo alla mia vita! Se qualcosa si è spezzato nel mio cervello, nel mio cuore, in tutto l'esser mio!..... Calma? Coraggio? Ho cercato d'averne. Ho detto a me stessa, precisamente, che il mondo non è poi cascato. Ho pensato ad altri dolori, un tempo creduti inguaribili, ed ora dimenticati a segno da ridere della loro cagione; mi son vista con gli occhi della mente di qui a qualche mese, uscita sana e forte della triste [pg!250] prova, forse anche contenta che tutto sia finito così. Ho chiamato a raccolta tutta la mia ragione, tutta la mia esperienza, per convincermi che non bisogna chiedere alla vita, all'amore, alle creature umane, più di quel che possono dare. Ho detto a me stessa: «Credevi tu dunque davvero che quest'uomo t'avrebbe amata eternamente? Che cosa c'è d'eterno in noi? Non hai tu sorriso degli affidamenti superbi? Poni una mano sulla tua coscienza: alla lunga, non avresti finito d'amarlo anche tu? Sii ancora più sincera: non cominciavi a sentirti già stanca?...