si è lagnato perchè
Toutes les douleurs de la terre et des mondes
Font tressaillir mon âme en ses cordes profondes.
Allora, non dovrebbe egli giudicare veramente iniquo il destino che vuole ed impone e mantiene il dolore ed il male?
E questa umana facoltà del giudizio è una cosa buona o cattiva, utile o superflua, importante o trascurabile? Egli dice:
Combien plus sagement, avec moins de grandeur, Exempt de sympathie, affranchi de pudeur, L'animal se résigne aux fléaux sans refuge!… Il est heureux; son sort, par moments, je l'envie.
Dunque l'animale, quantunque incapace di simpatia e di pudore, è più saggio, più felice, degno d'invidia. Allora l'uomo cosciente, l'uomo giudicante, oltre che degno di compassione ed infelice, è anche meno saggio: questa sua coscienza è una stoltezza. Bisognerà chiederne conto a lui? No, certamente; perchè egli è stato fatto così, non si è fatto da sè, liberamente, responsabilmente. Allora vorrà dire che la natura, della quale è opera, avrà creato una coscienza capace di giustizia soltanto per darle il sentimento d'una ingiustizia, d'una stoltezza, d'una nefandezza nuova! E ancora: la giustizia non esiste nella natura, ma soltanto nel cuore dell'uomo; l'uomo s'accorge che l'universo è stato compito «senza virtù» e sente che il suo desiderio di virtù è stoltezza. La conclusione dovrebbe essere pertanto che la giustizia non esiste in verun luogo, nè nella natura, nè nel cuore umano!
Lo scetticismo scientifico spinge Sully Prudhomme in questa via; ma egli è anche sollecitato in contrario senso dal bisogno mistico. Egli dice che, se l'universo è grande, più grande ancora è l'anima che lo rispecchia; l'uomo acquista la nozione della propria dignità misurando l'abisso che lo separa dalla materia bruta. Non c'è bisogno di molte parole per far notare il voltafaccia. Mentre prima egli invidiava l'animale incosciente e a più forte ragione, perciò, avrebbe dovuto invidiare la materia inerte, ora afferma che tanto l'uomo vale quanto è lontano dalla informe materia! E la giustizia, che gli era parsa soltanto umana, ora diventa per lui divina:
Humaine par son but, la justice est divine
Même dans l'âme d'un mortel,
Par l'aveu du grand Tout dont elle est mandataire,
Par le suffrage entier du ciel et de la terre,
Et par le sacre universel.
Ma allora, se l'anima umana, dove ha sede la giustizia, è mandataria del gran Tutto, non potremo più dire che nel Tutto non c'è giustizia! Finchè il poeta considerava l'uomo come una particella infinitesimale dell'universo, come lo «specchio» del Nietzsche, capace semplicemente e solamente di riflettere l'universo, egli poteva dire che non c'è in quest'universo giustizia; ma dal momento che l'uomo è il rappresentante della natura, questa natura che si riassume in una coscienza capace di giustizia non si potrà più accusare d'iniquità. Ed ecco, infatti: dopo aver detto che gli esseri si dilaniano tra loro, Sully Prudhomme afferma:
La bête hésite à boire un sang pareil au sien…