— Ma nessun sogno può paragonarsi al mio.
— Proprio?... Ma proprio?... Narratelo allora! Sentiamo!... — dissero le signore.
— Anselmi — osservò Mauri rivolto a donna Maria — non ha voluto riferirvi la storia della baronessa di Sclàfani come troppo lunga per quest'ora: è il tocco e un quarto, e neppure il mio sogno è breve!
— Il tocco e un quarto!... — esclamarono più voci femminili. — «A casa, a casa....» — intonarono poi, sull'aria della «Cavalleria rusticana».
La comitiva si sciolse; alcuni montarono in legno, altri si congedarono dirigendosi verso il centro della città; donna Maria, la signora Graziani, suo fratello, Anselmi e Mauri si avviarono lentamente verso i quartieri alti.
— Se lo narraste ora, il vostro sogno? — propose la signora di Varga. — Susanna è nottambula come me, e non si dorrà di rincasare mezz'ora più tardi: è vero?
— Mauri! — rispose l'interrogata volgendosi al giovane. — Ve ne preghiamo!...
E per le vie deserte, a tratti avvolte nella penombra, a tratti fortemente rischiarate dalle lampade ancora veglianti nella notte alta, Mauri, in mezzo alle due dame che gli altri cavalieri circondavano dagli altri lati, narrò.
— .... È alquanto difficile significare le impressioni del sogno: voi sapete che si distinguono da quelle della veglia per qualche cosa, appunto, di ambiguo, di indefinibile, di evanescente. Talvolta, è vero, sono d'una vivacità straordinaria, da superare le più gagliarde e profonde della vita reale; ma, subito dopo, al dischiudersi degli occhi, il ricordo se ne attenua e sbiadisce e sfuma. Sogni deliziosi o terribili, tutti ne abbiamo fatti e ne facciamo; ma di quanti serbiamo memoria?...
«Io ero nel più bel paese del mondo, una spiaggia tutta frondosa e fiorita, dinanzi a un mare azzurro aleggiato da tepide brezze, veleggiato da candide ali. Un tempio marmoreo sorgeva dinanzi al mare, ed era dedicato alla Fortuna. Giorno e notte la gente vi traeva da ogni parte, per tentarla, e coloro che la mutevole Dea favoriva ne uscivano carichi d'oro, e quelli che osteggiava si precipitavano, ridotti alla miseria e alla disperazione, da altissime rupi sopra irte scogliere. Il tintinnio dell'oro scandeva le musiche echeggianti sotto le vôlte del tempio; creature di favolosa bellezza vi si aggiravano, affascinanti come sirene. La donna dalla cui vista rimasi abbagliato non era la più desiderata: altre si traevano dietro codazzi di spasimanti; ed io sentivo il bisogno di render conto a me stesso della mia scelta, pensando a quel che ci accade quando siamo dinanzi alla mostra d'un gioielliere. Anche se non abbiamo da comprar nulla, se fantastichiamo che qualcuno, un amico straricco e generoso, o lo stesso mercante, ci offra di portar via un oggetto di nostro gusto, noi non preferiamo il più vistoso, ma il più squisito. Come dire la squisitezza, la leggiadria, la grazia, l'incanto, il fascino di quella creatura? Mai ne avevo vista un'altra altrettanto espressiva. Il fervore della sua intima vita non si rivelava solamente dagli occhi profondi, mutevoli, languidi e sfavillanti, limpidi e tenebrosi, ma da ogni tratto del viso, da ogni atteggiamento della persona. La chioma bionda e ricciuta era tutta ardore, tutta capricci; le guance avvampavano come per baci che invisibili labbra vi stampassero o si sbiancavano come per parole mortali che ella sola udisse; nei fremiti delle sue proprie labbra, delle mobili nari, delle mani nervose, passavano baci, sorrisi, carezze, repulse, disdegni, meraviglie, desideri, cupidigie, tutti i moti d'un'anima sincera, tutti gli atteggiamenti d'una vita intensa. Era straniera, principessa, ricca a milioni; ma non sfoggiava la sua ricchezza: in mezzo a gente che ostentava il lusso più ricercato, era semplice, disadorna, quasi dimessa; ma nella sua semplicità nessuna riusciva altrettanto elegante, d'una eleganza così discreta, istintiva, connaturata, la più rara, la più invidiata, quella che non si acquista.