Vani i tentativi di moderare quella gran fiamma, inascoltati i consigli, inefficaci i conforti. «Vincerai! Amore a nullo amato amar perdona!...» gli aveva detto, nel vederlo disperato, smarrito, perduto; ma sorrisi amari avevano accolto le assicurazioni. «Fingi d'allontanarti! Ingelosiscila!...» gli aveva suggerito; ma si era sentito rispondere: «Non posso!» E sempre un dubbio ansioso, e sempre un'avida domanda: «Mi ama? Mi ama?... È amore? È capriccio?...»
Come rispondergli? Roccaforte non conosceva quella donna se non dalle stesse confessioni dello spasimante. Sapeva, per averla vista a bordo, durante una festa, che era molto desiderabile: alta, di forme ben modellate, bella nel viso, non della semplice e spesso fredda bellezza che è data dalla perfezione delle linee, ma di quella che consiste nella loro capricciosa vaghezza, nella profondità della loro espressione. Gli era noto ancora che viveva divisa dal marito, che non aveva figli, che possedeva uno spirito molto vivace; ma come giudicarne l'anima? Certo, il suo contegno, la continua vicenda degli allettamenti e delle repulse, poteva giustificare le querele dell'adoratore. Nonostante il fervore dell'adorazione, Luigi l'aveva giudicata tante volte illogica, irragionevole, falsa! Se gli voleva bene davvero, non avrebbe dovuto farlo felice? E se non gliene voleva, non doveva togliergli ogni speranza? Questo diceva la logica, questo voleva la ragione. Sulla ragione e sulla logica, tuttavia, che assegnamento si poteva fare nelle cose del cuore, da parte d'una donna segnatamente? Ma quella vicenda durava da troppo tempo, si prolungava oltre i termini della resistenza che ogni donna, anche libera, anche amante, oppone alle sollecitazioni d'amore. E la sfiducia dell'innamorato, la disperazione di non poter vincere mai poichè non aveva vinto ancora, pareva talvolta tanto fondata, che nessun argomento di speranza restava da opporgli. Era egualmente fondato il sospetto che ella fosse perfida? Che, avendo appagato altre brame, godesse nell'accenderne ancora, freddamente, per soddisfazione di vanità, per compiacimento nel veder soffrire?
Sinceramente, Roccaforte non sapeva che cosa pensare, che cosa augurare all'amico. Forse una grande felicità lo aspettava, ma forse un disinganno atroce. Intanto non era dubbio che per quella donna egli tardava a riprendere il posto del dovere. A quell'ora egli era da lei, o con lei, o in qualunque modo occupato di lei. Bisognava trovarlo, avvertirlo, ingiungergli di accorrere, poichè con tutta probabilità non doveva essersi accorto dei segnali del richiamo.
Come durante altre lunghe soste in altri porti, anche questa volta i due amici avevano affittato insieme un piccolo alloggio in città, il «punto d'appoggio», due camerette dove tenevano gli abiti borghesi, dove ricevevano qualche amico: di lì egli doveva esser passato, lì bisognava cercarlo prima che altrove. All'annunzio della partenza, Roccaforte vi aveva spedito Lisi, il proprio attendente, per far ritirare tutte le cose di loro proprietà e consegnare la chiave al portinaio; ora girava per il ponte di coperta e per quello di batteria in traccia dell'attendente del compagno, ansioso di eseguire l'incarico affidatogli dal comandante in seconda. E appena ebbe scorto il marinaio, sull'uscio del quadrato, lo chiamò, gli fece cenno d'appressarsi.
— Tringale!... Scendi subito a terra! Vai a casa, vai a cercare il tuo padrone!
— Sissignore. Ma se non c'è?
— Se non c'è cercalo altrove. Domandane a Lisi, che è andato da un pezzo laggiù. E non far lo stupido, adesso: tu sai dove trovarlo. Dove ti manda coi libri, coi fiori?
— Sissignore, dalla signora contessa.
— Corri a dirgli che si parte fra un'ora. Digli che torni subito, riconducilo con te: hai capito?
Mentre la barca col marinaio s'allontanava a forza di remi, tornava quella col commissario recante i fondi. Erano le due. Roccaforte aveva esagerato, annunziando che mancava un'ora sola alla partenza; forse non si sarebbe salpato neanche alle cinque; ma il ritardo del compagno lo turbava troppo. Da parecchi giorni, da circa una settimana, Luigi lo impensieriva, non già perchè gli avesse rivelato di attraversare una nuova crisi, di trovarsi ridotto a qualche pericolosa estremità, anzi per non avergli confidato più nulla di nulla. Il preannunzio di una catastrofe non lo avrebbe tanto inquietato quanto quell'insolito silenzio. Perchè l'amico tacesse dopo averlo voluto partecipe di tutta la sua intima vita, qualche cosa di molto grave doveva essere avvenuto o prepararsi. Non taceva soltanto: lo evitava anche, tutto chiuso in sè stesso. Quella nuova condotta, data anche la delicatezza della situazione, era tale che gl'impediva, di prenderlo per la mano e domandargli: «Che cosa avviene?...» Che cosa avveniva, realmente? Egli si perdeva in supposizioni, intuendo un dramma, fremendo all'idea di una tragedia. Quel ragazzo non era capace di ricorrere ai più disperati propositi per sottrarsi a un disinganno, per dare una prova dell'amor suo?... No, via! Esagerazioni! Aveva taciuto non avendo nulla da dire, per non ridire sempre le stesse cose, vergognoso di non aver vinto nè l'amata nè sè stesso. Tardava, ora, a rientrare, per un motivo semplicissimo, forse volgare: perchè non sapeva della partenza, perchè comprava i corpetti dei quali aveva detto che cominciavano a mancargli.... Da un momento all'altro sarebbe sopraggiunto: ecco, non era nella lancia a vapore che tornava alla «Siracusa» fischiando e rimorchiando la bettolina coi sacchi e le botti delle provviste?... Roccaforte corse a prendere il cannocchiale: nella lancia stavano soltanto gli uomini della comandata col guardiamarina che li guidava e il tenente medico che aveva verificato la buona qualità dei viveri.