Non disse: «Mio figlio». E Barbarini rispose, quasi duramente:

— No, comandante.

Domanda e risposta furono scambiate in mezzo a un silenzio profondo; i circostanti restavano immobili, inquieti, intimiditi. A un tratto la sirena squarciò l'aria col suo formidabile strido, un fiato enorme parve esalasse dalle viscere della nave, tutta la sua compagine vibrò, le acque rimosse sfrusciarono al primo giro delle eliche, ribollendo e spandendosi in cerchi di spuma. Lentamente la «Siracusa» si avanzò verso l'àncora. Il rombo della macchina cessò un momento per riprendere subito dopo; ma ora la corazzata indietreggiava, al moto inverso dei propulsori.

Dalle profondità della macchina venne l'annunzio:

— Tutto bene. Siamo pronti.

— Fra dieci minuti la gente al posto di manovra, — ordinò brevemente il capo.

E la notizia si diffuse per tutto l'equipaggio. Il figlio del comandante assente, sul punto d'esser dichiarato disertore! Pochi, i maligni, si compiacevano del caso; la più gran parte dei marinai se ne dolevano, per il rispetto e l'amore che i due Carleoni, comandante e ufficiale, si meritavano.

Cinque minuti prima delle cinque, dopo aver fatto avvertire gli ufficiali che prendessero i loro posti. Barbarini ordinò a quello di guardia:

— Chiami i fischi al centro.

Il primo nostromo diede il segnale, tutti gli altri nocchieri accorsero, e i fischi ordinanti il posto di manovra si levarono, come una scappata di razzi sonori, come i sibili e i gorgheggi d'un'uccelliera. In mezzo a quel concerto la voce dell'uomo di vedetta piovve dall'alto dell'albero: