— Tutti via dal castello!... Alla lancia di salvataggio!...
Il rombo della macchina era cessato, come se la nave fosse stata ferita al cuore; dopo un istante riprese, più cupo, più sordo, coperto dall'ululo della sirena. Le eliche battevano le acque in senso inverso per vincere l'abbrivo, per arrestare la corsa, per tornare nel punto del sinistro. Fasci di luce, dai riflettori improvvisamente accesi, ruppero la notte rischiarando l'orrore. Sul ponte luccicante nere ombre correvano, le vedette predesignate salivano a riva, ufficiali e marinai lanciavano oltre il bordo i salvagente. Da poppa era stato gettato anche quello luminoso, e al contatto dell'acqua un anello di fuoco si era acceso e fumigava sulle onde. Senza ordini, al grido tremendo, la guardia di servizio prendeva i posti assegnati, tutti compivano il loro ufficio, addestrati alla lugubre manovra dall'esercizio quotidiano.
Sulla plancia il comandante aveva detto all'ufficiale di guardia:
— Assumo il comando. Chiami la guardia franca.
E giù, nel ponte di batteria, al grido: «Tutti in coperta!» i dormienti si destavano, saltavano dalle brande, si vestivano alla meglio, correvano alle scale.
— Arma la lancia di salvataggio!
Già gli uomini dell'armamento, rivestite le cinture di sughero, si erano raccolti intorno al secondo, e un'altra schiera di animosi gli si offeriva:
— Vogliamo andare!... A noi, comandante!...
— Tocca a noi!... Tocca a noi!...
Barbarini fece cessare la gara, esclamando: