— Grazie.... Non ho bisogno.... Barbarini, prenda lei il comando.

Il secondo lo accompagnò fino al suo alloggio, lo adagiò sopra un divano, lo affidò a Catenuti e agli attendenti.

— Grazie!... Non ho bisogno....

L'ufficiale di guardia, rimasto al suo posto, aveva fatto fermare la macchina. Barbarini, risalito sulla plancia, ordinò:

— Avanti, adagio!... Timone a sinistra!

Quantunque la furia del mare non si calmasse, e la speranza fosse vana del tutto e irragionevole ormai, il secondo volle ancora indugiarsi in quelle acque, fece riprendere il giro in senso inverso. E la nave girò ancora, urlando, coi suoi mille occhi aperti, fisi, scrutanti. Più volte, sentendo che il tempo passava, Barbarini fu sul punto di abbandonare la ricerca, di gettare un ordine al timoniere: ma sempre la pietà del padre lo tratteneva. A un tratto, da poppa, una voce rauca ma forte e distinta, la voce del capo, gridò fra gli urli degli elementi:

— Rimetta in rotta!... A tutta forza!... Era la fine, ma bisognava pur finire, troncare la speranza insensata; e toccava al capo ordinare di affrettarsi, per compiere il dovere, per guadagnare le ore perdute. Prima di trasmettere l'ordine, Barbarini, sporgendosi dalla battagliola, chiamò con tutta la sua voce:

— Equipaggio!

Tutti si volsero, tutti accorsero dagli angoli più lontani, tutti stettero a udire che cosa dicesse il comandante in seconda, dall'alto della plancia, col berretto in mano. La voce alta e solenne risonò fra gli schianti del mare e i sibili del vento:

— Equipaggio, scopritevi! Prima di abbandonare queste acque rivolgete un pensiero al compagno che abbiamo perduto.