— Milano è vicina!... Rientra nella tua cabina. Ho bisogno di restar sola.

— Vado. Mi richiamerai?

— Sì.

Le sfiorò la fronte con un bacio lieve, e la lasciò. Ancora il giuoco degli specchi, nel passaggio, lo fece sussultare; poi, aperto il finestrino della sua cabina, si abbandonò sul lettuccio. Con gli occhi alla luce trionfante, abbacinato, cullato dal moto del treno dopo la notte insonne, sentì il suo pensiero annebbiarsi. Era partito la sera precedente? Non era passato un tempo lunghissimo, dal momento che aveva ricevuto la lettera di Rosanna? Quante cose, nel giro di poche ore! L'attesa alla stazione, il pericolo sulla linea ingombra, la corsa lungo il binario.... Ma quanti maggiori mutamenti nelle disposizioni del suo cuore, quanti più gravi avvenimenti nella sua intima vita! Dalla gioia al pensiero di rivederla dopo tanta separazione, al proposito di rimproverarla acremente per il lungo abbandono; dalla paura di perderla spaventosamente in uno scontro di treni, all'ebbrezza di stringersela viva sul vivo cuore; dalla rivelazione della possibilità del divorzio, alla inesorabile deliberazione del ribadimento della catena.... Di un altro! Di un altro! Era d'un altro, restava d'un altro, sarebbe sempre stata d'un altro. Il treno la trasportava con la velocità del vento incontro a quell'uomo, traversava senza fermarsi le stazioni minori, sostava un istante nelle più importanti, riprendeva la sua corsa fatale verso la mèta. Ora non più ostacoli lungo la via ferrata, libera fino all'estremo orizzonte sui pingui campi ridestati dal sole. Così fossero sorti altri ostacoli! Se almeno quel convoglio si fosse infranto contro un altro, se si fosse precipitato in un abisso, se si fosse bruciato tra le fiamme d'un incendio inestinguibile! Null'altro avrebbe potuto impedire che Rosanna raggiungesse suo marito, che rendesse più stretto il nodo coniugale. Meglio la morte, meglio morire schiacciato, arso, annientato con lei, dopo avere intravvisto la possibilità di farla sua!... Ecco, roteanti nella corsa del treno, le case del suburbio milanese; ecco il conduttore apparire sull'uscio: «Siamo a Londra, signore». A Londra? Come mai tanto lontano? Ma via, giù dal letto per entrare nella cabina di lei, a darle l'ultimo bacio. Vuota, la cabina; ella stava fuori, nel corridoio, in piedi dinanzi ad una finestra, fra gli altri viaggiatori pronti a discendere; e non uno sguardo per lui, quasi fosse divenuto un estraneo, quasi non lo avesse mai conosciuto. Non si conoscevano più, come sotto il «Senegal»: ella era d'un altro. Ecco: quell'altro aspettava sotto la tettoia, faceva cenni di saluto alla donna sua; ma allora ella si rivoltava, rientrava un istante nella cabina e traendolo a sè lo baciava sulla bocca....

Il bacio lo destò. Il sogno non era stato tutto ingannatore; ella era china su lui, sorridente, odorante, fresca dopo il lavacro mattutino.

— Lévati, dormiglione: siamo a Milano. Distese le braccia per stringerla a sè, ma ad un tratto udì picchiare. Rialzatasi rapidamente, ella sparì dietro l'uscio del gabinetto.

— Avanti, chi è?

Il conduttore entrò annunziando:

— Siamo arrivati, signore.

— Grazie. Va bene. Pensate alle mie valigie.