Lodovico Bertini era rimasto nello stesso atteggiamento, con la destra alla spalliera, con l'altro braccio pendente lungo il fianco; ma non tremava più, non si stringeva con la forza di prima al sostegno. Pareva che tutte le sue membra rilassate si fossero rapprese in quella positura; soltanto la fronte si era abbassata, e dalle palpebre gonfie le lacrime sgorgavano, solcavano le guancie emaciate, stillavano a terra.
I coniugi gli voltavano le spalle; l'officiante, sull'altare, era intento alla celebrazione del rito: nessuno poteva scorgere il suo pianto. Se anche lo avessero scorto, egli non sarebbe riuscito a frenarlo. Non piangeva da tanto tempo, dalla notte passata in viaggio, sul treno, con lei. Non aveva più pianto, alla stazione di Milano, vedendola andar via con quell'uomo a cui aveva dovuto stringere la mano e rivolgere parole senza nesso nè significato. Non aveva pianto neanche dopo averli riveduti entrambi, alla Fraida, invitato da lei, quando vi erano venuti per le pubblicazioni; dopo averla udita annunziare che, insieme con Perez, egli, egli stesso, sarebbe stato testimonio alle nozze, e che, compiuta la cerimonia e ripresi i figli a Firenze, sarebbero andati a stabilirsi in Inghilterra. Tutte queste cose lo avevano troppo stordito, come colpi di mazza sulla nuca. Le poche parole scambiate da solo a sola con lei, in un momento di libertà, gli avevano dimostrato che nulla gli restava da fare se non obbedirla, fino all'ultimo, covando il suo corruccio, nutrendosi del suo dolore. Durante l'ultima notte aveva vegliato, tentando di significarlo, per lei; cercando parole che non sarebbero più uscite dalla memoria di lei, che le avrebbero eternamente attestato la forza della sua passione, che l'avrebbero implacabilmente accompagnata, come la voce del rimorso, come il rantolo dell'agonia; ma aveva lacerato tutte le sue scritture, non trovando neppur una espressione capace di rendere tutto il suo pensiero, giudicando vana la ricerca, artificioso lo studio, riconoscendo l'inutilità d'ogni tentativo di influire in qualunque modo su quell'anima risoluta ed inflessibile. Era rimasto inchiodato sulla poltrona, innanzi alla scrivania, con le membra di piombo, con gli occhi aridi e bruciati. Aveva trasalito all'arrivo dell'amico, rabbrividito al freddo dell'alba autunnale, tremato entrando nell'albergo, ritrovandosi dinanzi a lei ed all'uomo che gliela portava via senza speranza più di ritorno. Quando ella si era tolto dal dito l'anello nuziale, affidandoglielo, per poco non lo aveva lasciato cadere, ma non già in un impeto di ribellione, bensì dalla violenza dello stordimento. Egli, egli stesso, che aveva voluto spezzare quell'anello e dargliene uno suo, per la vita e per la morte, egli stesso doveva ora custodirlo affinchè un altro lo ripassasse, benedetto, al suo dito, per la vita e per la morte?... Nulla aveva più avuto senso, durante il ritorno a Promonte, in carrozza, in chiesa, dinanzi all'opera giovanile, alla statua scolpita da qualcuno di cui si era rammentato confusamente, come di una conoscenza perduta, come di un morto. Delle parole del custode non aveva compreso altro che l'evocazione dei suoi morti, rivedendo le salme deposte su quel livido marmo, in un tempo lontano, o forse ieri. Nello spirito ottenebrato, nell'anima smarrita, i preparativi della cerimonia, le figure e i gesti e le voci avevano assunto un carattere irreale, come nei sogni. Sì, ella aveva risposto di sì, inevitabilmente, come negli incubi, quando nulla si può fare per impedire che le fatalità si compiano, quando non si può accorrere, quando non si può gridare. E l'anello nuziale che era stato in suo potere era tornato al dito di lei, per mano d'un altro! A un tratto, udendo gli accordi dell'organo, riconoscendo la voce delle vecchie canne armoniose come gole umane, la voce che aveva impetrato requie eterna ai suoi morti, che cantava requie alla sua speranza, il suo pianto troppo a lungo contenuto traboccò.
La voce diceva: «La speranza è morta, la gioia è finita, la stessa tua vita finisce: esala gli ultimi sospiri qui dove traesti i primi vagiti; aspetta di raggiungere colei che lungamente invano sognò di vederti un giorno dinanzi a questo altare, accanto alla tua sposa, di udirti pronunziare la sillaba del consenso, la sillaba che ella stessa disse all'uomo col quale ti generò; paga ora i tuoi errori, sconta la tua gioia effimera e peccaminosa; nascondi lo strazio dell'anima tua all'uomo che offendesti e che riprende i suoi diritti; piangi tutte le tue lacrime perchè il tuo sogno è svanito senza ritorno mai più, china la fronte superba dinanzi alla divina maestà d'una legge che disconoscesti e calpestasti, ai giorni del folle orgoglio, della baldanza cieca....»
Poi il canto solenne e potente del Kyrie si abbassò di tono, si spezzò nelle frasi d'un mottetto accompagnante la recitazione del Pater:
— «Padre nostro che stai nei cieli, santificato il nome tuo, venga a noi il tuo regno, sia la tua volontà»....
Una volontà fatale si compiva, infatti. Contesa da due affetti, quella donna tornava necessariamente al primo. Egli non assisteva semplicemente alla consacrazione di quelle nozze, ma vi contribuiva per una necessità evidente. Ogni atto ed ogni gesto, dinanzi a quell'altare, avevano un significato recondito che egli ora discopriva; rendendo l'anello, egli rendeva al possessore legittimo la donna già stata sua. Colui che l'aveva impalmata e poi perduta, la riotteneva ora da lui. Non era soltanto necessario, ma giusto. Nella vita di quella donna egli era stato un episodio, un'illusione, un errore: errore anch'esso fatale, ma emendabile....
— «Dànne il nostro pane.... non indurne in tentazione»....
La preghiera aveva anch'essa un senso profondo: chiedendo di non esser tentate, le creature umane confessavano tutta la debolezza loro. Ella era caduta, come tante altre; ma per rialzarsi, come poche altre. Ed il Pater noster di quella Benedizione nuziale non si chiudeva come l'ordinario: la voce dell'accolito si sposava a quella del prete, implorando ancora:
— «Liberane dal male».
— «Salva i tuoi servi».