— Guardate il Reuzzo!... Come s'è ridotto!... Un figliuolo tanto aspettato e vezzeggiato!... Che sorte, chiamarsi il Reuzzo e ridursi a piedi scalzi!
E i monelli ai quali egli diceva il nome col quale s'era sempre sentito chiamare, lo beffeggiavano:
— Bel Reuzzo!.. Un Reuzzo senza regno!..
Con la faccia arrostita, screpolata, coi capelli irruviditi, quasi non si riconosceva più; solo gli occhi restavano color del cielo. Ma per la sua mamma e per le sorelline egli era sempre il Reuzzo, il prediletto, quello per cui si sognavano dovizie e fortune.
Invece, come le donne trovavano sempre meno lavoro, egli ne cercava per conto suo. S'era messo garzone da un fornaciaio a impastar creta e ad allinear mattoni; al tempo del raccolto dei limoni, s'ingaggiava con le ciurme. Quando non c'era altro da fare, se ne andava pei campi a raccogliere asparagi, o more, o lumache, e scendeva in città, coi piedi laceri, i calzoni a sbrendoli, gridando il prezzo di quella roba. Spesso, dopo una giornata che s'era sgolato, non riusciva a buscare un soldo; allora insisteva presso le comari che se ne stavano sulle soglie delle loro botteghe:
— A tre soldi... a due soldi... come volete!... Non ho toccato niente, quest'oggi; non ho da portar niente a casa...
A vederlo con quegli occhi che parevano dipinti, coi resti della sua delicata bellezza, alcune gli domandavano:
— E tu chi sei?... Di dove sei?...
— Di Monserrato... sono il Reuzzo... il figlio di Santa Spina....
Sentendogli dire che era il Reuzzo, le donne si mettevano a ridere, ma gli compravano la sua merce.