NEL CORTILE.
I.
— E la colpa è tutta vostra! — diceva don Angelo, il trattore, dalla sua cucina.
Maestro Titta, il portinaio, badava a piantar stecchi dinanzi al bugigattolo ritinto in verde di fresco, e non gli dava retta. Quel cristiano preparava pietanze mettendoci dentro ogni sorta di porcherie; lui faceva l'impiega-serve, e non era sua colpa se glie ne capitavano anche di linguacciute.
— Ogni legno ha il suo fumo!
Però Rosa, la serva degl'impiegati che stavano al quarto piano — una gente tranquilla che badava ai casi proprii — pareva sempre come morsicata dalle vespe. Non faceva altro che leticare, se ai piani di sotto tenevano aperte troppo a lungo le chiavette e si portavano via tutta l'acqua; se il trattore del cortile accendeva il forno e affumicava il vicinato, quasi le persone fossero aringhe; o se il cane del tappezziere abbaiava e le si avventava alle gonne, quando lei usciva pel servizio.
— Ah, non la vogliono sentire? — gridava. — Qualche giorno gli do una polpetta avvelenata e me lo levo davanti.
— Pròvati un po'! — rispondeva il tappezziere — Poi vedremo come ti finisce!
— Come mi finisce? Come mi deve finire? Questa è una porcheria, il cane tra le gambe; vorrei vedere ogni altro! E non mi fate gli occhi grossi, avete capito? che io non ho paura...
— Basta! — strepitava il trattore, che le voci si sentivano dall'altra parte, nel restaurante.