— Sentiamo quest'altro, adesso! Voi di che v'immischiate? Pensate ai fatti vostri, che ai miei ci penso io!...
La causa della collera di Rosa era Paolino, il giovane del tappezziere, che un tempo le era andato dietro e le aveva promesso di sposarla.
— Insomma — chiedeva il portinaio — che cosa è successo? Vi siete bisticciati?
— M'importa assai, di lui e di voi! — rispondeva Rosa, con la sua voce squillante.
— Ma che non ti vuol più? — insisteva quello, per farla arrabbiare.
— Soltanto in sogno poteva sperarlo, di guardarmi in faccia! — replicava lei, con gli occhi un po' rossi. — Davvero, soltanto in sogno!... — E si voltava dalla parte del tappezziere, perchè sentissero di chi voleva parlare.
— Questa è una cosa che non si può più tollerare! — borbottava il trattore, e minacciava di andare a parlare col padron di casa.
Ma il guaio più grosso fu a maggio, quando venne al quartierino dirimpetto la famiglia di don Felice Giordano. La signora Giacomina non le aveva fatto ancora niente, che Rosa sentì un'antipatia per quella cristiana. Una vecchia smorfiosa, sulla quarantina, che s'imbellettava fin sul collo e andava vestita come una ragazza appena uscita dal collegio!
— «Non mi toccare che mi sciupo!» — l'aveva subito soprannominata.
Una razza di sguaiati, lei, le sue figliuole e il piccolino che cresceva una bellezza! A vederli per le strade, le fanciulle avanti, con due vestiti eguali dal cappello agli stivalini; la mamma appresso, tutta lezii e smorfie, tenendo per mano il figliuolo vestito da marinaio, con un gran cappello di tela cerata e lo scritto Duilio; il babbo due passi indietro, col cane, parevano una gente per bene, educata e tranquilla.