— In casa, bisogna vederli!

Dal cortile, si sentivano a ogni momento grida e fracassi, che la signora Giacomina voleva comandare a bacchetta, e le ragazze, con la testa sempre agli innamorati, non le davano ascolto.

— Se vedo ancora quel pezzente andarti dietro — strepitava con Antonietta, la maggiore — t'accomodo per le feste!

— Voi di che vi mescolate? Dovete forse sposarlo voi?

— Ah, sì? Vedremo dunque s'io ti lascerò più andar fuori!

— Me n'importa un corno! Lo vedrò lo stesso...

Allora si sentivano i ceffoni della signora Giacomina, e gli scoppii di pianto della ragazza. Se la sorella Angiolina si interponeva, ne toccava anche lei.

— Guardate che razza di screanzate! Voglio farvi veder io, se non tirate dritto! Con tanti di quei calci...

Poi, come s'avvicinava l'ora di andare dal suo amico, il marchese Motta, lei usciva, in gran toletta. Le ragazze asciugavano le lacrime e mandavano Milia, la serva, a portar le lettere agl'innamorati.

Milia lasciava la casa sottosopra, i letti disfatti che mostravano le lenzuola annerite; i panni sciorinati fuori delle finestre, sulle sedie, per terra, un po' da per tutto. Se la signora Giacomina tornava a tempo per accorgersi di quella confusione, erano scenate che non finivano più.