Afferrato il forbicione col pugno nodoso, dava adesso gran colpi sul tavolone da stirare, sforacchiandolo tutto.
— Razza di ladri che mi ruba e mi spoglia! — riprendeva, più forte. — Ma non importa: povero e onorato, e simili porcherie in casa mia...
Allora, come vide la Nunziata accovacciata nel suo cantuccio, buttò per terra il forbicione:
— Ah, sei tornata? — E le si avventò addosso, dandole un calcio nella pancia.
Poi se ne andò alla taverna, a bere alla faccia del morto.
III.
Da quel giorno cominciò una vita d'inferno. Don Antonino aveva preso amore al vino, e s'ubbriacava mattina e sera, ragionando di ricchezze nelle bettole, che a dargli ascolto le gioie di Sant'Agata erano un bel niente. Quando tornava a casa non faceva che gridare, strepitare e dir male parole. Ora se la prendeva più spesso con la figliuola, quasi per farle scontare tutti i vezzi e le carezze fattele prima. La ragazza, che era stata allevata senza rispetto pei genitori, gli rispondeva; allora piovevano le legnate, e se donna Mena tentava di separarli, piangendo e pregando, ne toccava anche lei. Con questo, c'erano i guai dei debiti, che s'erano fatti grossi, e lavoro non ne veniva quasi più.
Donna Michela cominciava a perder la speranza di riavere il suo, e ne rimproverava il figliuolo, per levargli la Nunziata dalla testa.
— Hai visto che m'hai fatto fare? Si son mangiate le vent'onze, alla faccia nostra, e ora puoi andarle a riscuoterle al banco di Londra!
— Voi che ne sapete, se vi pagheranno o pur no?