— Chi d'un asino ne fa un mulo, il primo calcio è il suo! — rispondeva donna Cecilia, alzando le spalle — Perchè ha sposato una tabaccaia?
E il pretore Restivi smaniava ancora per non trovare riposo sulla poltrona ammaccata, invece di andare a dormire a casa, e i giuocatori si lagnavano sempre di perdere: la principessa che si lasciava rubare, padre Agatino che si rovinava con la ganza, il marchese che sentenziava: «Gli zolfi sono finiti; non ci sono altro che gli olii; io ho piantato un oliveto!»
Poi, come all'annunzio di un grosso terno vinto dal Fornari, che era straricco, la principessa esclamava:
— A chi sorte e a chi sporte!
— La sorte è di chi se la fa — rispose donna Cecilia, indispettita.
VII.
Ora, come i nodi si aggruppavano sempre più intorno al pettine, la casa Roccasciano era molto meno affollata di prima. La principessa andava peggio con lo stomaco ed era ridotta a non lasciar più la poltrona. Il circolo dei compagni di giuoco si assottigliava continuamente, ed ella restava lunghe ore sola con un cuscino sulle ginocchia e le carte in mano, a disporle in varie guise, a file, a mucchietti, per ingannare il tempo.
Appena arrivava il duca di Santa Cita, lei se lo faceva seder di fronte e gli proponeva di fare una partita.
— Ma io non ho un soldo!
— Eccoti cinque lire.