— A te cosa t'importa?
— Niente, dico per semplice curiosità! Ma piglierete degli anni di tempo, perchè Matteo non è molto forte di sella.
— Allora — disse il fattore — vedi un po' se dànno la Rosa a te!
Alfio Balsamo ammutoliva e pigliava la terra a gran colpi di zappa, senza più badare se qualche ceppo robusto restava sfiancato dall'urto del ferro lucente. Ma erano nuvole che duravano poco; egli era un ragazzinaccio, e non pensava due minuti alla stessa cosa.
Nel pieno mezzogiorno, quando pioveva fuoco dal cielo, i lavoratori si riposavano, chi dietro le cataste di sarmenti morti, chi all'abbeveratorio, chi alla fattoria. Alfio Balsamo e gli altri pagati a giornata si riunivano nella stanza del fattore, a merendare: ognuno aveva la sua porzione di pane e le cipolle erano a discrezione.
— Già, questo fattore è un boia, che ci tratta peggio degli animali. Cosa vi costa di metter fuori un po' di formaggio, di quello che vi dà il pecoraio del pascolo?
Ma le questioni grosse erano pel vino.
— Brrr!.. — faceva Alfio, scostando dalle labbra il fiaschetto, chiudendo gli occhi, come se avesse bevuto un veleno. — Dite la verità, che ci avete fatto pisciare il mulo?
Il fattore beveva a sua volta, senza dargli retta.
— Ma dov'è il buono? Dove l'avete nascosto? — E visto un mazzo di chiavi sul tavolo, lo afferrò ad un tratto. — Ah, finalmente!... Ora vado a ubbriacarmi in cantina...