— E noi vogliamo la festa!... Viva la festa!...
Nella sala del Consiglio, il baccano non era meno grande che in piazza: le teste si andavano riscaldando e la discussione minacciava di finir male. Il sindaco don Delfo, intabarrato malgrado il gran caldo prodotto dai fiati e dai lumi, rivolgeva degli sguardi sospettosi alle finestre aperte, e badava a ripetere:
— Ma il colera!... signori miei, il colera!... Il prefetto non darà il permesso!...
Come se il prefetto non avrebbe fatto meglio a contrammandare l'ordine di spargere il veleno! Quando s'era mai sentito che le feste producevano il colera? E finalmente, per qual ragione il sindaco era così contrario? Aveva forse paura che Rocco Minna, restando in paese per la festa, lo sorprendesse con sua moglie, e lo scannasse come un agnello?
— Viva San Placido! — urlavano fuori.
Ma prima di San Placido bisognava pensare a finire il camposanto — gridavano gli oppositori — e a riparare le strade!... e a migliorare l'illuminazione!... e a completare l'edificio scolastico!...
La confusione cresceva, il Consiglio pareva dividersi in due campi eguali e don Delfo, tossendo, spaventato dal tono rauco della sua voce, faceva segno a Napoleone perchè chiudesse le finestre.
Napoleone non s'accorgeva di niente, e allungava ogni tanto il capo nella sala, per sentire a che stato erano le cose, e se la festa finalmente si deliberava. Egli faceva il conto di quel che gli aveva fruttato, gli altri anni: tanto di soprassoldo, tanto di mancie, e i generi in natura che gli avanzavano: lo spago, i chiodi, il petrolio, la cera...
— Viva la festa!... Vogliamo la festa!
— Insomma! — esclamò don Delfo, battendo col pugno sul tavolo — Io non voglio pigliare un malanno! Metto la festa ai voti; chi è contrario resti seduto, chi è favorevole si alzi.