Don Gerolamo, mezzo assordato, portò le mani alle orecchie, e disse:
— Ogni Santo sprovvisto, Iddio provvede.
II.
Immediatamente, ottenuto il permesso dalla Prefettura, cominciarono i preparativi. La giunta compilava il programma, faceva ripulire da capo a fondo il paese, prendeva tutte le disposizioni per l'illuminazione, per le corse, pei fuochi; e don Delfo ripeteva:
— È una pazzia!... Se il colera non viene questa volta, non verrà più!...
Il Circolo degli Operai e il Casino dei Contadini erano sottosopra: ognuno dei due partiti contava di superar l'altro nelle onoranze al Santo, e Rocco Minna e Senio Spata, i due capi, si guardavano di traverso, incontrandosi.
Rocco Minna non pensava più a lavorare, per dirigere le operazioni, e andava e veniva dal Casino a casa sua, carico di involti grossi e piccoli, di chiodi, di martelli, di assicelle, preparando ornamenti d'ogni sorta.
— Filomena, dammi una mano! — ordinava alla moglie, che stava sulle spine per paura che arrivasse don Delfo e succedesse un guaio.
Ma don Delfo non aveva un momento di libertà ed usciva dal Municipio più morto che vivo. Poi, tutto il giorno, per una ragione o un'altra, venivano a seccarlo, fino a casa, quando prendeva un boccone, quando aveva bisogno di riposare: i fochisti, gli spazzini, quelli delle corse, Napoleone...
— Ah, com'è bella la festa!... Che bel divertimento vuol essere! Ne romperanno delle costole, quei cavalli!... Ne abbruceranno delle faccie, quelle bombe!... E il colera!... il colera che ci sta alle spalle!...