Ma in paese nessuno pensava al colera; anzi il sarto Marotta preparava abiti per tutti, don Tino il dolciere aveva comprata una sorbettiera nuova, per gli spumoni, e lo zio Vito faceva venire un carico di castagne e di ceci. La comare Venera, come ogni sera suo marito tornava a casa più ubbriaco, e il figliuolo era insordito completamente, affrettava la festa coi voti:

— San Placido bello, io vi porterò una torcia di tre libbre! E andrò due giorni a piedi scalzi! e il mio ragazzo lo voto a voi!...

Finalmente, tutto fu pronto. Allora, ricevuto l'ordine di bandir la notizia, l'Orbo guidato per mano da Vanni il sordo andò stamburando, durante una settimana, per tutti i dintorni:

— Bra bra bra, brabadà brabadabà!... Sabato e domenica... quattro e cinque di ottobre... festa grande di San Placido... c'è corse di cavalli, cantate e giuochi di fuoco!... Bra bra bra, brabadà brabadabà!...

III.

All'alba del giorno quattro la comare Venera si levò, quietamente, per non destare il marito ubbriacatosi la sera innanzi e buttato come morto sul letto. Lei preparò l'abito di gala di Vanni e si mise ad annodare il nastro rosso e azzurro alla torcia di tre libbre da offrire a San Placido. Ad un tratto udironsi dei suoni che si avvicinavano, e la banda, strepitando nel silenzio mattutino, destò l'ubbriaco.

— Uh, uh! — mugolava in fondo al letto. — Maledetta la festa ed il suo Santo!

La comare portò le mani alle orecchie, per evitare d'udirlo.

— Non bestemmiate queste sante giornate, scomunicato! — e andò a tirare per un braccio Vanni il sordo, che non si destava neanche al fracasso della musica.

A piedi scalzi, con la veste del voto, ora si tirava dietro il figliuolo, scalzo anche lui e con la torcia in mano, alla dolceria di don Tino.