— Me lo potete prestare un vassoio, per la questua del ragazzo?

Don Tino, levatosi anche all'alba, non aveva il tempo di grattarsi il capo, col forno acceso, la caldaia bollente e la sorbettiera pronta.

— Il vassoio... un vassoio... Vi serve questo?

— San Placido ve ne rimeriti! — e la comare Venera uscì sulla via.

Napoleone, con una scala sulle spalle e un gran fascio di bandierine sotto l'ascella, andava parando il paese; Peppe Duro e i suoi uomini lavoravano in piazza a rizzare i pali dei fuochi d'artifizio, e da per tutto era un martellare incessante.

Lo zio Vito, al canto della chiesa, disponeva il suo banco, i cestini pieni di ceci, di fave, di castagne, e il fornello da arrostire.

— Per San Placido! — disse la comare Venera, mostrandogli il figliuolo con la torcia.

— A voi, prendete! — e il primo soldo cascò sul vassoio.

— San Placido ve ne rimeriti!

Le campane cominciavano a suonare la prima messa, e le comari, col rosario al braccio e gli occhi per terra, entravano in chiesa, per fare accendere dal sagrestano le lampade votive. La chiesa era ornata a festa e la barella del santo, tutta inargentata, luccicava vicino alla porta.