Il Martha nota innanzi tutto che dell’arte, come di ogni altra cosa, si può abusare e si è abusato; e che, a parte l’abuso, una stessa opera d’arte può essere morale ed immorale secondo le circostanze di tempo e di luogo, secondo la condizione di chi l’apprezza: alle educande non si può mettere in mano un romanzo d’amore; la statua di Venere non si può collocare in un convento di frati, e via discorrendo. Nota anche l’autore che, prima di affermare la subordinazione dell’arte alla morale, sarebbe bene consultare la storia, la quale insegna che la morale religiosa e filosofica non ha quasi mai voluto saperne dell’arte e l’ha esclusa e bandita, a comminciare da Eraclito, secondo il quale Omero doveva essere cacciato a schiaffi dalle scuole, e venendo a Sant’Agostino, che dubitava dell’opportunità dei canti armoniosi dentro le chiese. «Che ne sarebbe dell’arte, se fosse stata sotto l’impero e l’influenza dei filosofi e dei dottori? Per buona sorte essa è sfuggita loro di mano grazie alla sua alata natura».

Queste osservazioni sono giuste e ragionevoli. Più lodevoli ancora sono le altre con le quali il Martha risponde al quesito: deve l’arte mettersi al servizio della morale? L’arte morale è noiosa, dice egli, e puerile; il piacere prodotto dall’opera d’arte finisce quando comincia la lezione. «Volentieri, se cerco la morale, mi rivolgo ai moralisti; quando voglio invece ricrearmi con una finzione ricorro ai poeti. Siccome l’arte e la morale sono entrambe belle e buone cose, si è pensato, con molto torto, che mettendole insieme si renderebbe il piacere più intenso e salutare. Questo principio è un’eresia in letteratura come in gastronomia».

Se non che il Martha deve temere che queste sue parole sembrino troppo arrischiate; perchè, dopo aver rivendicato così l’indipendenza dell’arte, si affretta a giustificarla, a difenderla da accuse che nessuno le ha fatte, e che se fossero fatte realmente non meriterebbero di essere ribattute; e allora egli cade in molte contraddizioni che offuscano il suo pensiero. Osserva, per esempio, che certe opere dove le passioni e i vizii sono rappresentati con evidenza seducente non possono, come certuni asseriscono, diffondere il contagio di quelle passioni e di quei vizii. «Noi crediamo il contrario. Lo spettacolo delle altrui passioni ci rischiara sulle nostre proprie». Ma, accennando a un celebre romanzo moderno dove è messa in terribile evidenza la rovina prodotta dall’ubbriachezza, egli dice, al contrario, che questo libro è moralmente detestabile; perchè l’autore, pur dando buoni consigli, immerge e trattiene il nostro spirito nell’abbiezione. Come concilieremo questa critica con la prima affermazione? L’artista dovrà forse rappresentare il vizio non come è realmente, ma purificato, nobilitato, diventato virtù? Ma allora sarà più vizio? Dove se ne andrà la precisione? E il Martha non ammira gli antichi appunto perchè, se mettevano in iscena un eroe, lo facevano eroicamente parlare e gli attribuivano la stessa bellezza corporea, mentre davano al vizio e al delitto espressione ed aspetto repugnanti? È vero che, ammirando così gli antichi, per la stessa ragione egli detesta i moderni, i quali non esitano a mettere un’anima bella in un corpo orribile, un linguaggio dignitoso in bocca a servi, un linguaggio da servi in bocca a re: ma ignora forse l’autore, o disconosce la varia e innumerabile ricchezza e complessità delle figure umane? Se di regola la bellezza esteriore rivela l’intima bontà, quante altre volte questa corrispondenza non esiste e l’aspetto mentisce? Lo stesso proverbio dice che l’abito non fa il monaco; e perchè mai la storia dell’arte registra nelle sue pagine la memorabile rivoluzione contro i troppo ligi seguaci dell’antichità, contro i classici, se non appunto perchè questo classicismo aveva creato certi tipi fissi, certe relazioni immutabili, certe fatalità invincibili, quando la diretta osservazione della vita ammoniva che queste fatalità, queste relazioni, e questi tipi non esistono; che esistono invece uomini varii d’aspetto e di sentimento, passioni diverse di forza e di durata, rapporti imprevisti fra le condizioni della vita e dell’animo?

Il Martha, dopo aver giudicato eresia il credere che la mescolanza di due cose belle e buone, come sono l’arte e la morale, raddoppierebbe il piacere dell’effetto totale, soggiunge un ragionamento tutto contrario. «Siccome», dice, «l’arte si propone di piacere—nel senso più alto della parola—così essa naturalmente accarezza in noi i sentimenti che più ci sono cari, e rispetta ciò che è oggetto dei nostri rispetti... I sentimenti onesti, per la sola ragione che sono tali, sono sembrati in ogni tempo uno spettacolo attraente... Due mila anni addietro Socrate, che fu artista prima di essere filosofo, parlando col celebre pittore Parrasio, gli diceva che l’arte ha il diritto di rappresentare tutte le passioni, buone o cattive; ma soggiungeva:—Che cosa piace più vedere, a tuo giudizio: i sentimenti belli, onesti, amabili; o quelli vili, cattivi, odiosi?—Per Giove!—rispose Parrasio,—c’è una bella differenza!». E il Martha conclude che l’arte contemporanea, quando dipinge le cose brutte, manca non già alla legge morale, ma alla sua propria legge, «che è la perfezione del piacere». Come sarà possibile mettere d’accordo questa proposizione colla precedente? Se l’arte che dipinge la bontà e la virtù produce un piacere perfetto, non sarà falso, anzi sarà verissimo che il piacere dell’arte e della morale si sommano quando le due cose si uniscono!

Noi abbiamo già risolto la contraddizione quando abbiamo parlato della bellezza nell’arte. Dicemmo che la bellezza intrinseca dell’oggetto rappresentato non si può sommare con quella della rappresentazione, perchè le due bellezze sono d’ordine diverso; parimenti è impossibile la somma della bontà dell’argomento con la bontà della trattazione, per essere le due bontà impareggiabili. Un’opera d’arte è tanto egregia rappresentando convenientemente un’azione eroica, quanto rappresentando un’azione perversa: il piacere eccitato dall’arte non è quello che dipende dalla scelta dell’oggetto da rappresentare, ma dal modo col quale l’oggetto preferito dall’artista—preferito per una ragione che può non essere la nostra, anzi essere contraria alla nostra—è rappresentato. Una giornata di sole ci piace, e ci dispiace una giornata di pioggia e di nebbia; ma è certo che un pittore potrà fare un brutto quadro che rappresenti la giornata bella, o un quadro stupendo che rappresenti una giornataccia. E il disprezzo per quelle rappresentazioni artistiche dove l’oggetto rappresentato non è bello, buono, grande o nobile, si spiega con una illusione che l’opera d’arte produce e che è in ragion diretta della potenza dell’arte. L’illusione consiste nello scambiare la rappresentazione con la cosa rappresentata. Così, per continuare l’esempio della giornata bella o brutta, se il cattivo tempo è mirabilmente rappresentato nel quadro, se voi vi sentite quasi sbattere il vento in faccia e l’umido appiccicarvisi addosso, accuserete l’autore di avervi procurato queste incresciose sensazioni e dichiarerete che il quadro suo, artisticamente stupendo, è brutto quanto realmente brutto è l’oggetto che vi è dipinto. Al teatro, dove la maggior parte del pubblico è poco colto e molto ingenuo, il fenomeno è più evidente. In America, narrano, uno spettatore tirò un colpo di pistola contro un artista che rappresentava la parte del traditore. Nel nuovo mondo, si dirà, sono ancora mezzo selvaggi; ma non erano selvaggi in Grecia, e in Grecia, ad Atene, un personaggio di Euripide fu scacciato via dagli spettatori tumultuanti, per aver declamato, come la sua parte richiedeva, uno squarcio dove si sosteneva che il denaro dev’essere preferito ad ogni altra cosa. Ora il Martha, dopo aver detto che l’Americano assassino era un troppo ingenuo e selvaggio amico della virtù, chiama indiscreto il grande tragico greco. Ecco un’indiscrezione della quale ogni artista andrebbe superbo!

Probabilmente il Martha, affermando che il piacere è maggiore quando l’arte rappresenta le cose buone, ha voluto negare che il piacere della moralità si sommi con quello dell’opera d’arte quando la moralità consista non già nel soggetto dell’opera, ma nel commento e nella lezione. Espressamente egli dice che la moralità della predica è, nell’opera d’arte, inutile, falsa, noiosa: «noiosa, perchè ciascuno ama fare da sè stesso le proprie riflessioni... Il poeta» aggiunge, «deve guardarsi dal predicare, dal far la lezione esprimendo le proprie opinioni...». Ma come si potranno accordare questi consigli con le lagnanze perchè «nelle opere d’immaginazione gli autori si piccano di mantenere il proprio sangue freddo, di non lasciarsi commuovere dagli avvenimenti patetici da essi rappresentati? Tra il vizio e la virtù essi restano neutrali, col pretesto che tanto l’una quanto l’altra sono fatti umani...». Ancora una volta, dunque, il critico si contraddice per non voler riconoscere che l’ufficio dell’artista consiste nel rappresentare gli oggetti naturali, eccitando il piacere con l’evidenza della rappresentazione. È inutile soggiungere quali tra cotesti oggetti è buono e bello, quale brutto e cattivo; perchè, se la rappresentazione è fedele, le qualità belle e brutte degli oggetti riprodotti saranno naturalmente palesi, senza bisogno di spiegazioni e di commenti. Già bisogna avvertire che, se mai, i commenti e le spiegazioni non sarebbero possibili se non nelle arti della parola, nella poesia, nel romanzo, nel dramma; giacchè nelle arti figurative non c’è da far altro che raffigurare le cose; ma nelle stesse arti della parola, dove l’artista può significare la sua opinione personale intorno alle cose riprodotte, non solamente questo intervento è inutile, ma non è neppure artistico. Io scrivo un romanzo dove rappresento un eroe e un brigante: che bisogno ho di dire: «Guardate che bisogna ammirare l’eroismo e guardarsi dal brigantaggio?». Se la mia rappresentazione è abile e perspicua, il lettore proverà dinanzi all’eroe rappresentato la stessa ammirazione che eccita l’eroe vero, e dinanzi al brigante immaginato lo stesso ribrezzo che per i briganti di carne e d’ossa. Quando io poi volessi ad ogni costo esprimere il mio giudizio, tutte quelle pagine del mio romanzo dove lo esprimessi, formerebbero uno squarcio filosofico più o meno profondo, ma non apparterrebbero all’opera d’arte; perchè il romanzo non ha da far altro che riprodurre la vita. E finalmente, per cogliere ancora una contraddizione nel pensiero del Martha, non ha egli chiesto nelle opere dell’arte i sottintesi e la discrezione; non ha chiesto anche che lo spettatore e il lettore collaborino con l’artista? Ora, che prova di discrezione e di fiducia nell’intelligenza del pubblico vi sarebbe se l’artista gli desse l’imbeccata? Il Martha non ha detto anche che, se si vuol trarre una lezione da una commedia, non se ne trova altra fuorchè quella data dall’«osservazione della vita?». Non ha egli detto altresì che «ogni avvenimento notevole, sia pure fittizio, moralizza se è vero?». Osservando che il romanzo somiglia alla storia, che i romanzi come la storia hanno le loro peripezie e il loro scioglimento fatale, non ha egli detto che tutte le passioni ammaestrano quando sia osservata una regola semplicissima: «basta dipingerle con giustezza perchè diano la loro moralità?...».

L’ESPRESSIONE NELL’ARTE